L’ostilità ai vaccini che attraversa ampi settori dell’estrema destra italiana — e che filtra, a tratti, nel discorso della destra di governo — non è un accidente culturale né un riflesso post-pandemico. È una postura politica coerente con un progetto: delegittimare l’autorità epistemica delle istituzioni (sanitarie, accademiche, giurisdizionali) e trasformare la salute pubblica da bene collettivo a fatto privato, da interesse generale a preferenza individuale. È in questo scarto che la rivendicazione di “libertà” assume un significato illiberale.
Nel 2024 l’Europa ha registrato il numero più alto di casi di morbillo degli ultimi 25 anni, e l’Italia è stata tra i Paesi più colpiti nell’UE/SEE tra febbraio 2024 e gennaio 2025. Le epidemie riemergono dove le coperture scendono sotto soglia: l’ISS ha segnalato nel 2024 quasi mille casi in dieci mesi, e nel 2025 i conteggi hanno continuato a salire. Sono numeri che ricordano una legge semplice di epidemiologia: quando cala l’immunità di comunità, i virus più contagiosi tornano per primi
In Italia, la cornice costituzionale è limpida: l’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività e ammette trattamenti obbligatori solo “per disposizione di legge”. Da qui discendono due conseguenze: l’obbligo vaccinale non è una forzatura liberticida; è uno strumento che il legislatore può usare quando il rischio individuale si traduce in rischio per terzi. Non a caso la Corte costituzionale, con una serie di decisioni culminate nella n. 14/2023, ha giudicato legittimi gli obblighi vaccinali (ad es. per i sanitari) quando proporzionati alla prevenzione del contagio. La stessa traiettoria giurisprudenziale è stata confermata in Europa dalla Grande Camera della CEDU (caso Vavřička, 2021).
Eppure, nella sfera politica e mediatica, è cresciuto un contro-racconto. Testate di destra hanno lavorato a una narrazione di “resistenza” contro green pass, obblighi mirati e campagne vaccinali, spesso presentando il controllo di qualità informativa come censura e dipingendo i bollettini epidemiologici come propaganda. Questa linea è stata oggetto di confutazioni puntuali da parte di altri giornali e di enti tecnici, ma ha trovato eco nei social e in una parte dell’elettorato.
Sul versante politico, le parole contano: prima dell’insediamento a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni definiva il green pass un “obbligo vaccinale mascherato”, e nel 2024 il governo ha istituito una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione del Covid, presentata anche come strumento per far luce sugli “effetti avversi”. In maggioranza non sono mancate uscite ambigue, come quelle del sottosegretario Gemmato nel 2022, che alimentarono la percezione di un “occhiolino” ai no-vax. Questa postura ha radici ideologiche precise: la libertà è intesa come immunità dall’obbligo, anche quando l’obbligo serve a proteggere terzi. È la traduzione biopolitica dell’individualismo proprietario: il corpo come “dominio esclusivo”, la comunità come minaccia. Il punto, però, è che molte malattie infettive non riconoscono confini individuali: il rischio è relazionale e cumulativo. Per questo le democrazie liberali hanno sempre bilanciato libertà negativa e responsabilità positiva, specie in ambito vaccinale. C’è dell’altro, naturalmente: la diffidenza antiscientifica, il populismo sanitario, l’ambivalenza sull’autorità dello Stato, la responsabilità come libertà in comune.








