Si è affermata una modalità di rappresentanza delle istituzioni che non accoglie il popolo intero. Il Presidente del Consiglio parla alla sua parte politica, ne usa le parole, il linguaggio fino ad esprimere ad alta voce i suoi pensieri e sentimenti; vede con gli occhi del popolo amico, e ne assume i gesti e le parole, stravede per compiacerla, spogliandosi persino della propria storia personali, ed abiurando alle idee e opinioni. Una sorta di transfert prodigioso, che ha il grande vantaggio di tenere unito e saldo il proprio esercito di elettori e il grande svantaggio di ignorare l’altra parte della società, che pure ha il diritto di essere rappresentata.
Chi sta al vertice delle istituzioni deve parlare a nome di tutti e a tutti. Questo elementare ed essenziale dovere è diventato desueto ovunque la nuova destra occupi le istituzioni.
Negli Stati Uniti, il Presidente Trump non ha remore nell’affermare che odia i suoi avversari politici, specie se lo hanno preceduto alla Casa Bianca (in tal caso si augura che vadano presto all’altro mondo) e nei video che fa circolare i cortei di protesta vengono coperti di letame. In Italia non si arriva a tanto: chi sta al vertice “comizia” sia in Parlamento che nelle piazze, usa toni e linguaggio sferzante nei confronti degli avversari fino a provocarne le reazioni, si sente perennemente vittima di soprusi, esprime giudizi ingiuriosi verso le “piazze” che contestano e protestano, come se non appartenessero all’Italia che ha il dovere di rappresentare, anche quando non la condivide.
Il Presidente del Senato, seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, esterna giudizi, opinioni e sentimenti “di parte” tutte le volte che lo ritiene opportuno, giustificando la sua assenza di “terzietà” con lo scrupoloso rispetto dei luoghi in cui esterna. Insomma, da speaker del Senato svolge il suo compito al di sopra delle parti, fuori da Palazzo Madama si sente libero di dire e fare ciò che vuole. Il Presidente della Camera, Fontana, terza carica dello Stato, leghista, non è dello stesso avviso, tuttavia. E il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non ha mai esorbitato dalla sua funzione di arbitro e rappresentanza. Eppure è stato sospettato di complottare!
Da che cosa nasce la discriminazione fra cittadini “buoni” e “cattivi”, la repulsione verso l’avversario politico o, semplicemente, verso chi non la pensa allo stesso modo? In Italia non ci sono i conservatori al potere, ma gli eredi di una cultura che riecheggia il Ventennio. Non si sono fatti i conti con il fascismo, la sua storia (e le sue sanguinose guerre), il furto della libertà personale e collettiva che il Fascismo ha compiuto. La mentalità prevalente del “noi” e “voi”, che caratterizza le istituzioni rappresentate dalla destra italiana, risente della sconfitta, la fine ingloriosa del fascismo. Una sconfitta che in verità non ha patito. Si sentono i “vinti” al potere, diffidano di chi non è dei “nostri”, talvolta odiano e si vendicano. E vivono nell’attesa che arrivino “i nostri”, come nei western americani. Che i buoni fossero in realtà io cattivi, ce ne siamo resi conto con il tempo. Loro, i vinti al potere, no. Non vogliono saperne di questa storia. Temono di perdere lo scalpo e combattono i pellerossa che hanno la faccia dei sopravvissuti ad un naufragio.








