Non siamo davanti a una parentesi, né a una bizzarria della storia. Quello che prende forma a Washington è un cambio di paradigma: il ritorno esplicito della forza come principio ordinatore delle relazioni internazionali, la riduzione della politica a esercizio di coercizione, l’archiviazione del diritto come fastidio procedurale. Donald Trump non è più un incidente del sistema: è il suo stress test definitivo. E il sistema, così com’è, non regge.
L’uso sistematico dell’insulto come strumento politico, i dazi branditi come arma punitiva, la minaccia permanente rivolta ad alleati e avversari non sono eccessi caratteriali. Sono la grammatica di un progetto che mira a svuotare il multilateralismo e a sostituirlo con una logica transazionale pura: chi obbedisce viene premiato, chi resiste viene isolato, colpito, logorato. Dalla Groenlandia al Venezuela, dall’Ucraina a Gaza, il messaggio è uniforme: il mondo non è una comunità di diritto, ma un campo di pressione.
In questo scenario l’Europa appare marginale, quasi superflua. Non perché manchino risorse o storia, ma perché manca una volontà politica all’altezza del tempo. Il continente che ha costruito il proprio equilibrio sull’idea di regola condivisa viene trattato come un residuo del Novecento: utile finché non disturba, sacrificabile quando intralcia. Le destre illiberali che avanzano al suo interno, spesso in sintonia culturale con il vento trumpiano e con l’ecosistema algoritmico della Silicon Valley, ne accelerano la fragilità, trasformando la difesa identitaria in un surrogato della rinuncia strategica.
Dentro questa cornice si colloca la scelta italiana. Il governo di Giorgia Meloni rivendica una prossimità politica al trumpismo, presentandola come realismo, come capacità di stare “dalla parte giusta della storia”. Ma la storia, quando è guidata dalla forza, non ha parti giuste: ha solo vincitori temporanei e subordinati stabili. Scambiare la fedeltà per influenza è un errore ricorrente delle potenze medie, e spesso si paga con l’irrilevanza.
La tentazione di spiegare tutto ricorrendo alla psicologia del leader – narcisismo patologico, incontinenza verbale, declino cognitivo – è comprensibile ma insufficiente. Perché ciò che vediamo non è un disturbo individuale: è una razionalità alternativa che propone un mondo governato da comitati d’affari, da accordi opachi, da una pace intesa come sospensione armata dell’ostilità. Un ordine senza diritti non è un delirio: è un modello politico coerente con l’idea che la democrazia sia un impaccio.
In questo passaggio storico, l’Europa non può più permettersi l’ambiguità. O accetta di diventare periferia di un sistema fondato sul ricatto permanente, oppure ricostruisce una sovranità condivisa capace di difendere interessi e valori senza rifugiarsi nel nazionalismo regressivo. Non è una scelta ideologica: è una scelta di sopravvivenza politica.
E all’Italia spetta una decisione altrettanto netta. Continuare a fare da interprete compiacente di un potere che non riconosce alleati significa rinunciare in anticipo a ogni autonomia. Perché nel mondo che si va delineando non c’è spazio per i mediatori senza forza. E chi si illude di essere al tavolo perché serve, rischia di scoprire – quando il conto arriva – di essere sempre stato nel menù.







