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40 mila magistrati intercettabili, Report denuncia, Nordio s’arrabbia. Ranucci conferma

22/01/2026
in Articoli
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Non è la prima volta, e non è un caso isolato. Ancora una volta una questione che tocca il cuore dello Stato di diritto – la sicurezza, l’autonomia e la riservatezza della magistratura – emerge non da un’informativa ministeriale, non da un controllo parlamentare, ma dal lavoro di giornalismo d’inchiesta. È questo il dato politico e istituzionale preliminare che va messo agli atti.

L’inchiesta di Report, firmata da Sigfrido Ranucci, riporta alla luce un allarme sollevato già nel 2024 dalla procura di Torino: l’installazione di un software con funzionalità assimilabili a uno spyware su circa 40 mila computer dell’amministrazione giudiziaria. Un numero che, da solo, restituisce la dimensione del problema. Non una deviazione marginale, ma una infrastruttura estesa, sistemica, potenzialmente invasiva.

Secondo quanto documentato dalla trasmissione, il programma – introdotto a partire dal 2019 dal Dipartimento per l’innovazione tecnologica del ministero della Giustizia – sarebbe ufficialmente destinato alla gestione e manutenzione uniforme dei sistemi informatici. Ma la stessa architettura consentirebbe accessi da remoto ai dispositivi: una possibilità tecnica che, in assenza di tracciabilità, autorizzazioni puntuali e controlli esterni, apre uno spazio enorme di vulnerabilità istituzionale. È questo il punto dirimente. Non l’intenzione dichiarata, ma la possibilità concreta.

La reazione del ministro Carlo Nordio è stata immediata e durissima. Smentita secca dei fatti, delegittimazione frontale della fonte, definizione di Report come «pattumiera di fake news», accompagnata da avvertimenti politici e giuridici rivolti all’opposizione parlamentare. Sul piano tecnico, Nordio ha assicurato che il sistema non consente sorveglianza, non legge contenuti, non registra input, non attiva microfoni o webcam, e che le funzioni di controllo remoto non sarebbero mai state attivate.

Ma possono essere attivati in qualunque momento, grazie alle tecnologie introdotte, secondo le rivelazioni di Report.

Si apre la frattura che rende la vicenda politicamente esplosiva. Perché le rassicurazioni verbali non bastano quando il tema è la separazione dei poteri e la tutela dell’indipendenza della magistratura. Non bastano quando, a fronte di dubbi formalmente sollevati da un ufficio giudiziario, non risulta una risposta tempestiva e documentata del ministero. Non bastano quando la smentita si accompagna a una strategia di delegittimazione del giornalismo investigativo, anziché a una verifica trasparente e pubblica dei sistemi in uso.

I casi di spionaggio e sorveglianza indebita in Italia non sono ipotesi astratte. Emergono, quasi senza eccezione, grazie alle inchieste giornalistiche, non grazie all’autocontrollo delle istituzioni. Il caso Bellavia – con il furto massivo di dati e il tentativo di rovesciare la responsabilità sulla vittima – è ancora aperto. Le intercettazioni di giornalisti e attivisti tramite trojan riconducibili a tecnologie come quelle di Paragon restano senza una piena e convincente chiarificazione pubblica. Ogni volta lo schema è lo stesso: negazione, minimizzazione, attacco alla fonte. E solo dopo, quando possibile, un lento e incompleto accertamento dei fatti.

L’ipotesi che decine di migliaia di magistrati abbiano operato – anche solo potenzialmente – su dispositivi accessibili da remoto da una pluralità di tecnici, interni ed esterni all’amministrazione, senza un perimetro di garanzie rigidamente controllato, è di una gravità inaudita. Non perché dimostri automaticamente un abuso, ma perché rende strutturalmente possibile l’abuso. In uno Stato di diritto, questa possibilità dovrebbe essere esclusa a monte.

Le smentite del ministro non hanno convinto né Report, né una parte significativa dell’opposizione parlamentare, né molti osservatori indipendenti. Non per pregiudizio politico, ma per una ragione semplice: quando in gioco c’è l’equilibrio tra poteri dello Stato, la fiducia non si chiede, si dimostra. Con atti, documenti, audit indipendenti, controllo parlamentare pieno.

Finché questo non accade, resta un dato incontrovertibile: ancora una volta è il giornalismo d’inchiesta ad aver acceso la luce. E ancora una volta la reazione del potere appare più preoccupata di spegnerla che di capire cosa illumini.

 

 

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Tags: accessi da remotogiornalismo d'inchiestanordioparagonranucciReport

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