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La iena e la mela. Apologo siciliano sul potere, La Vardera e gli altri

23/01/2026
in Articoli
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Tenere una iena in casa è un errore di categoria. Non è un animale “cattivo”: è un animale fuori contesto. Può apparire docile, persino empatico, finché l’ambiente non sollecita ciò che in essa è strutturale: l’istinto, la gerarchia, la predazione. Le iene non si addomesticano; si spostano. Cambiando ambiente, rivelano ciò che sono.

In Sicilia, l’apologo si è materializzato in Parlamento.

Il protagonista è Ismaele La Vardera, deputato regionale che ha scelto la forma della provocazione come metodo politico e la smascheratura come linguaggio. Il teatro è l’Assemblea Regionale Siciliana, istituzione un tempo autodefinitasi “terza Camera dello Stato” e oggi ridotta a luogo di amministrazione routinaria della spesa, attraversata da consuetudini più che da conflitti, da equilibri più che da visioni.

La Vardera ha fatto ciò che una iena fa quando entra in un pollaio: non ha inventato nulla, non ha forzato serrature, non ha violato regole scritte. Ha semplicemente usato l’ambiente, dopo averlo vissuto, sorvegliato, conosciuto. Lo strumento di uso più frequente, erroneamente sottostimato, l’emendamento era il canale di ogni scambio, politico e non solo.
L’ emendamento è moneta corrente, pratica tollerata, gesto quasi rituale, inserito in un disegno di legge più ampio, di quelli che non si toccano perché “devono passare”. Dentro, una norma formalmente corretta e sostanzialmente vuota: un milione di euro destinato a comuni dotati di “ambiti di coordinamento territoriale intersettoriale”. Entità inesistenti. Risultato: soldi che non arriveranno mai a nessuno.

Uno stratagemma, non un reato. E proprio per questo devastante.

Nessuno se n’è accorto. Né il governo, né i gruppi parlamentari, né gli uffici, né i tecnici, né i custodi della procedura. Il meccanismo del do ut des — tu voti, io ti lascio l’emendamento — ha funzionato alla perfezione. Non perché qualcuno fosse corrotto, ma perché tutti erano allineati a un dogma non scritto: ciascuno deve portare a casa qualcosa, purché il sistema resti in piedi.

Quando La Vardera ha rivelato il trucco, il Parlamento è stato “sputtanato”, per usare il lessico corrente. C’è chi ha riso, chi ha parlato di jolly maldestro, chi di detective delle cattive pratiche. Quasi nessuno ha colto il punto: non era un’operazione morale, ma un test ambientale. La iena non ha aggredito: ha dimostrato che l’ecosistema è marcio.

È qui che il binario converge con il caso Totò Cuffaro.

Per anni la vicenda Cuffaro è stata narrata come l’eccezione: la mela marcia. Un uomo, una biografia, una colpa. La metafora ha funzionato come antidoto sistemico, in qualche misura come alibi: si isola il caso, si circoscrive il perimetro, si salva il resto. Il folklore — i cannoli, l’arroganza, il personaggio — ha completato l’opera, trasformando una patologia strutturale in un racconto individuale. Ma la mela marcia, da sola, non avvelena il cesto se il cesto è sano.
In Sicilia non lo era.

La prima condanna di Cuffaro (con responsabilità accertate e punite) non ha “ripulito” nulla. Anzi, ha permesso al sistema di sopravvivere, neutralizzando il rischio di un effetto domino, di una stagione tipo Mani Pulite. La narrazione monotematica ha funzionato come diga: tutto il male concentrato in un corpo, il resto assolto per consuetudine.

La seconda vicenda giudiziaria, priva dell’elemento di contiguità mafiosa, fa cadere un altro alibi decisivo: che la malversazione venga sempre dall’esterno del corpo politico-istituzionale. La mafia — quando c’è — utilizza sistemi già corrotti, non li crea. Si innesta su ambienti disponibili, su procedure elastiche, su etiche abbassate.

Qui il punto di contatto con l’emendamento La Vardera diventa evidente.
Nel suo caso non c’è mafia, non c’è illecito, non c’è arricchimento. C’è qualcosa di più inquietante: la dimostrazione che il controllo formale può produrre l’opacità, che la griglia di garanzie diventa una coperta sotto cui nascondere l’inerzia, che nessuno guarda più il merito perché tutti presidiano il rito.

La iena e la mela non sono opposti: sono stadi diversi della stessa decomposizione. Nel primo, l’ambiente consente il trucco senza accorgersene, perché il trucco fa parte della modalità: la distrazione, l’omissione, l’incompetenza non c’entrano niente. Nel secondo, l’ambiente assorbe il danno e lo neutralizza, continuando a funzionare.

Per questo le istituzioni non devono “fare giustizia” come la magistratura. Non devono inseguire colpe individuali, ma denunciare la metamorfosi: quando la mela marcia non è più una persona, ma un ambiente; quando il problema non è un deputato, ma un Parlamento; non un partito, ma un sistema di partiti; non un governo, ma una cultura del potere.

L’unica terapia possibile non è cosmetica. È chirurgica.
Non bastano i controlli, che in Sicilia si sono rivelati strumenti di rassicurazione e insieme di occultamento. Serve l’asportazione di ciò che consente alle mele marce di proliferare e alle iene di muoversi indisturbate: le consuetudini, la selezione del personale politico, l’abbassamento sistematico dell’asticella etica. Su questa realtà La Vardera, nella veste di iena, ha alzato il sipario. Ma la platea, cui lo spettacolo era proposto, ne ha riso, quasi ne fosse una rappresentazione da rivista e non un pugno nello stomaco.

Si può pretendere di più?

Alla magistratura spetta l’individuazione degli illeciti. Alla politica spetta l’impossibile: il harakiri della coscienza. Riconoscere la propria condizione, ammettere che il palazzo è diventato ambiente patogeno, accettare che la guarigione comincia solo quando si smette di chiamare “eccezione” ciò che è diventato regola.

In Sicilia, oggi, la iena è il termometro.

 

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Tags: cosmeticacuffaroemendamentoiernala v arderamela marciastratagemmatest ambientale

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