Di semplificazione in semplificazione, di menzogna in menzogna, strumentalizzazione in strumentalizzazione, alla fine chi non pone la questione in termini corretti si troverà ad un quesito che non farà piacere a nessuno: hai fiducia nella politica o nella giustizia? Se l’abbrivio fosse questo, e non ci meraviglierebbe, chi getta nella mischia i casi giudiziari correnti, utilizzandoli per ottenere consenso, avrebbe tanto, tantissimo da perdere.
L’abbrivio è subdolo, ma riconoscibile. Si comincia evocando singoli fatti giudiziari – sempre “inermi”, sempre “inermi fino a prova contraria” quando conviene – e li si carica di un valore simbolico sproporzionato. Da episodi circoscritti si costruisce una narrazione sistemica; da errori, abusi o conflitti interni si deduce una colpa strutturale; da un problema reale si fa discendere una soluzione ideologica già pronta: la separazione delle carriere come panacea, come riforma morale, come “rieducazione” della magistratura.
Il risultato, a forza di semplificazioni e menzogne cumulative, è una falsa alternativa che prima o poi emerge in tutta la sua brutalità: credi più nella giustizia o nella politica? Una domanda tossica, perché presuppone che una delle due debba soccombere all’altra. Il metodo è collaudato. Si prendono casi mediaticamente potenti, emotivamente divisivi, e li si utilizza come clava contro l’ordine giudiziario nel suo insieme.
Il caso Palamara è stato l’esempio più esplicito: un intreccio reale e gravissimo di correnti, potere e relazioni opache dentro il CSM, trasformato però in una prova generale dell’“incompatibilità” tra magistratura e democrazia. Da lì il salto logico: se esistono correnti, allora il problema è l’assetto costituzionale; se c’è politicizzazione, allora la soluzione è separare carriere e funzioni. Falso due volte. Perché Palamara non rivela un eccesso di giurisdizione, ma un deficit di etica e di autogoverno, che nulla ha a che fare con la separazione delle carriere e molto con la qualità delle persone e dei controlli.
Lo stesso schema si ripete con i processi ad alto impatto mediatico: dal caso Garlasco alle inchieste su politici assolti dopo anni, fino ai procedimenti archiviati che diventano “prove” di persecuzione giudiziaria. Ogni volta la responsabilità viene spostata dal singolo errore (che esiste e va corretto) al sistema delle garanzie, che invece andrebbe rafforzato.
La mistificazione di fondo è chiara: si insinua che la separazione delle carriere serva a “riformare i magistrati”, come se il problema fosse una categoria deviata e non il funzionamento complessivo dello Stato di diritto, lo stato in cui viene mantenuta l’amministrazione giudiziaria (organici, risorse). È un assunto profondamente sbagliato.
La separazione delle carriere non elimina le correnti, il carrierismo, l’uso mediatico delle indagini, gli errori giudiziari, le asimmetrie di potere tra accusa e difesa. Al contrario, rischia di rafforzare l’accusa, rendendola strutturalmente più vicina all’esecutivo, come accade nei sistemi in cui il pubblico ministero è di fatto parte dell’apparato governativo. Il che spiega perché la riforma sia sostenuta con entusiasmo da settori politici che mal tollerano il controllo di legalità.
Non è un caso che questa spinta venga legittimata, direttamente e indirettamente, dall’attuale maggioranza guidata da Giorgia Meloni e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, che hanno più volte utilizzato singoli episodi giudiziari per costruire un racconto di “magistratura fuori controllo”. Un racconto politicamente utile, ma istituzionalmente devastante.
Il punto decisivo è questo: chi getta nella mischia i casi giudiziari correnti per attrarre consensi referendari o elettorali non indebolisce solo la magistratura, ma costringe i cittadini a una scelta impossibile. Se la giustizia è delegittimata, resta solo la politica. Se la politica si sottrae ai controlli, resta solo il potere. È un gioco a somma negativa, in cui tutti perdono: i magistrati seri, la politica responsabile, e soprattutto i cittadini. Perché la democrazia costituzionale non vive di fiducia esclusiva, ma di equilibri: tra poteri, tra funzioni, tra responsabilità. Ecco perché l’abbrivio è “indesiderato” ma possibbile. E chi bara, convinto di guadagnare consenso, avrebbe davvero tanto, tantissimo da perdere. Alle urne.
(La vignetta è di ELLE Kappa, pubblicata da La Stampa)







