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Trump con Machado, Zelensky e Meloni: tre immagini, lo spirito del tempo. Va in scena piaggeria, insulto, dominio

17/01/2026
in Articoli
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La nostra epoca, spiccia e brutale, si lascia cogliere nelle immagini. Tre fotografie colgono lo spirito del tempo, meglio di qualunque lezione di storia: prese insieme, non spiegano il mondo, lo mostrano. Ma ciò che mostrano è semplice e severo: la forza non si giustifica più, si espone: garantisce il consenso e lo diffonde. Non si interpella il potere, gli si consegna. Non c’è violenza nello scatto, ma c’è una resa, la richiesta di asilo al vincitore. L’umiliazione della “vittima”.

Nobel Peace Prize. Il gesto è calibrato, la luce è gentile. Ma l’immagine non parla di pace: parla di trasferimento simbolico di legittimità. L’oro cambia mano, il senso cambia padrone. La virtù diventa pegno, la causa diventa offerta. La forza non ha bisogno di argomenti: chiede attestazioni.

Nella seconda immagine Volodymyr Zelensky è insultato, a sangue, nello spazio rituale del potere. Il volto teso, la postura trattenuta. Qui la fotografia scolpisce l’umiliazione come metodo. Non è l’ira che conta, ma l’asimmetria resa visibile: la forza parla, l’altro ascolta. La scena non è un incidente; è una pedagogia.

Nella terza immagine Giorgia Meloni riceve un complimento sull’avvenenza a Sharm el-Sheikh. Il potere si fa galanteria, la politica si fa estetica. È il soft power della dominazione: ridurre la rappresentanza a ornamento, l’alleanza a sorriso. Anche qui, nessun equivoco: chi nomina, domina.

Tre scatti, un solo asse. Trump è il protagonista trino: dispensatore di investiture, regista dell’umiliazione, arbitro del riconoscimento. Gli altri entrano come comparse — non per colpa, ma per funzione — a ricordarci la svolta. Lo spirito del tempo non si proclama: si fotografa. E in queste immagini la cifra è una sola, nuda e coerente: la forza. Non come eccezione, ma come grammatica.

Le tre fotografie, apparentemente eterogenee, compongono una piccola trinità profana dello spirito del tempo. Il protagonista è uno e trino: Donald Trump. Gli altri personaggi — Maria Corina Machado, Volodymyr Zelensky, Giorgia Meloni — non sono comprimari per statura storica, ma per funzione simbolica. Servono a rendere visibile ciò che domina: la forza come principio ordinatore del mondo.

Nella prima immagine, Maria Corina Machado dona a Trump la medaglia ricevuta in nome del Nobel Peace Prize. Il gesto è solenne, quasi liturgico. Ma ogni liturgia presuppone un dio, e qui il dio non è la pace. È il potere. La fotografia registra un passaggio di senso: ciò che nasce come riconoscimento etico diventa tributo politico. La donazione, tuttavia, è un nonsense. Il Nobel non può essere trasferito, il messaggio è menzognero.

La seconda fotografia è priva di ambiguità. Zelensky viene insultato, esposto, degradato nello spazio simbolico del comando. Non è un diverbio: è una messa in scena. Come in Hobbes, il sovrano non persuade, decide; ma qui la decisione assume una forma nuova, spettacolare. L’umiliazione diventa linguaggio politico. Carl Schmitt scriveva che sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Trump aggiorna la formula: sovrano è chi decide chi può essere umiliato pubblicamente. La fotografia non documenta un eccesso emotivo, bensì una grammatica del potere: la forza non argomenta, espone. Non confuta l’avversario, lo riduce a corpo visibile, vulnerabile.

La terza immagine, scattata a Sharm el-Sheikh, sembra la più innocua. Trump si complimenta con Giorgia Meloni per la sua avvenenza. Proprio per questo è la più rivelatrice. Qui la forza si fa carezza, ma resta forza. Il complimento non è galanteria: è riduzione simbolica. La rappresentanza politica scivola nell’estetica, il ruolo istituzionale si assottiglia in qualità personale. Guy Debord aveva avvertito: nello spettacolo, tutto ciò che era vissuto direttamente si allontana in una rappresentazione. Qui la politica non si allontana: si svuota. Il potere maschile, imperiale, nomina e classifica; l’alleata viene riconosciuta non per ciò che decide, ma per ciò che appare.

Queste tre immagini non raccontano tre storie, ma una sola. La pace che si inginocchia, la resistenza che viene umiliata, l’alleanza che viene estetizzata. In ciascun caso, la forza non è un mezzo: è un criterio di verità. Nietzsche aveva intravisto il pericolo di un mondo in cui i valori non vengono più confutati, ma sostituiti. Qui la sostituzione è compiuta. Il giusto non è ciò che è tale, ma ciò che è forte; il vero non persuade, prevale.

Per questo gli altri sono comparse. Non solo perché irrilevanti, ma perché intercambiabili. Potrebbero essere altri volti, altre mani, altri corpi. Il centro resterebbe identico. Trump non è solo un leader: è una funzione storica. La sua immagine condensa ciò che l’epoca accetta, tollera, infine acclama.

 

 

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Tags: asilodominioforzaimmaginimachadonobelpotereresaSharm el-Sheikhspiritostudio ovaletempotrumpumiliazionezelensky

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