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Il doppio standard del governo: le folle degli stadi estranei ai crimini dei delinquenti, le folle dei cortei complici

06/02/2026
in Articoli
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Negli stadi il principio è chiaro, quasi ovvio: i delinquenti sono riconoscibili. Hanno nomi, volti, precedenti, spesso appartenenze organizzate. Nessuno, salvo rare e interessate eccezioni, attribuisce a un’intera curva, figuriamoci a un’intera città, le guerriglie urbane, gli assalti ai treni, le devastazioni sistematiche che una minoranza organizza e mette in scena con metodo. Il tifoso non è il criminale. La folla non è la colpa. Questo principio elementare, che regge la gestione dell’ordine pubblico negli eventi sportivi, evapora però quando la piazza cambia segno politico, quandso non è p8ù neutrale ma è avversaria del potere.

Nei cortei pacifici contro il governo, nelle manifestazioni sindacali, nelle proteste sociali, accade l’inverso: la responsabilità diventa collettiva, preventiva, ideologica. Migliaia di persone che marciano, cantano, rivendicano diritti vengono accomunate, senza distinzione, agli atti di una “maniata” di violenti – spesso noti, spesso recidivi, spesso estranei alla stessa organizzazione della protesta. Qui il singolo non esiste più, né il clan di facinorosi organizzati e violenti. Esiste invece un blocco indistinto, colpevole per contiguità, sospetto per definizione.

È un doppio standard che non nasce per caso. È uno strumento politico, formidabile nella sua semplicità. Serve a delegittimare l’avversario, a spostare l’attenzione dalle ragioni del dissenso ai suoi presunti eccessi, a trasformare una questione sociale in un problema di ordine pubblico. Nel contesto attuale, il bersaglio è chiaro: la sinistra, reale o presunta, viene chiamata a rispondere moralmente e politicamente di ogni incidente, fino a essere accostata, con un’allusione mai innocente, all’eversione.

Il meccanismo è sempre lo stesso. Prima si generalizza: “la manifestazione è degenerata”. Poi si omette: chi ha provocato, come, quando, perché.chi protesta è irresponsabile, se non complice, infine conclude lanciando l’arma micidiale: l’eversione alle porte. È una scorciatoia retorica che consente di evitare il confronto sul merito – lavoro, salari, diritti, politiche pubbliche – e di ridurre tutto a una questione di sicurezza.

La piazza non parla, disturba. Non argomenta, minaccia.

C’è un elemento ancora più grave. Questo schema capovolge il diritto. La responsabilità penale, che dovrebbe essere personale, diventa morale e collettiva. Il sospetto sostituisce la prova. La partecipazione democratica viene trattata come un’aggravante, non come un diritto costituzionale. E così, ciò che negli stadi è considerato fisiologia da contenere, nelle piazze diventa patologia da reprimere.

Non è solo una distorsione comunicativa. È un messaggio politico preciso: protestare è legittimo solo se innocuo, silenzioso, irrilevante. Appena il dissenso diventa visibile, numeroso, incisivo, scatta la criminalizzazione . Non si colpiscono i violenti – che pure andrebbero isolati e perseguiti – ma il contesto che li rende politicamente scomodi.

Difendere la distinzione tra chi protesta e chi devasta non è indulgenza verso il disordine. È difesa dello Stato di diritto. È ricordare che la democrazia non si misura dalla tranquillità delle piazze, ma dalla capacità di non trasformarle, a comando, in un’aula di tribunale collettivo.

Negli stadi lo sappiamo già. Nelle piazze, fingiamo di dimenticarlo. Non per distrazione, ma per convenienza.

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Tags: corteidelinquentidoppio standardfollesgtadi

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