Nei tre anni di guerra a Gaza, i giornalisti non hanno potuto mettere piede. Stessa cosa nell’Ucraina invasa dai russi, in Iran o altrove. E i reporter locali, come a Gaza, sono stati ammazzati, (quasi trecento). Negli USA di Trump quelli troppo critici, come al Washington Post, sono stati mandati a casa. In Italia testate storiche, avverse al governo (La Repubblica e La Stampa), sono in vendita. L’arma finale, che potrebbe porre le basi del pensiero unico, è l’algoritmo, sociale ed intelligenza artificialo, se a vincere saranno le Big Tech di Trump e la dezinformacija di Putin.
Quando qualcosa può avvicinarci alla realtà, grazie a indagini di agenzie autorevoli, come il Center for Strategic and International Studies (CSIS, Think tank statunitensel, o si attinge ai giornalisti italiani sul campo (Ucraina), prevalgono lo scetticismo ed i giudizi sprezzanti. Il web è presidiato dai guardiani del pensiero forte, trumpiano e putiniano, che perorano la causa della resa senza condizioni nel caso dell’Ucraina, o del Board imposto da Trump in sostituzione dello Stato della Palestina (due popoli, due Stati…), facce della stessa medaglia. Si alza a cortina di ferro, impenetrabile.
I giornalisti in questa diagnosi del presente non sono protagonisti, ma sintomi, ferite del nostro tempo, rivelando un mondo in cui la perdita di senso diventa parte strutturale dell’esistenza contemporanea.
L’arma finale è l’algoritmo: non pensa, calcola, seleziona e premia ciò che attira attenzione sl web, divora la lentezza, la verifica, la complessità. È un selezionatore cieco, che obbedisce alla volontà di chi lo adotta. I giornalisti sono l’ultima ridotta, una resistenza, se mettono in discussione ciò che raccontano, il come, e soprattutto il perché. Un giornalismo che si rifiuta di adattarsi perfettamente alla curva del trend, che si concede il lusso della complessità, della voce fuori posto, è oggi più che mai necessario.
L’algoritmo premia ciò che “funziona”; al contrario il giornalismo nasce per interrogare, denunciare, mostrare ciò che è nascosto. E’ un disturbo necessario. Il giornalista è colui che si espone, si ferisce, e a volte si fa male, pur di cercare un senso nel rumore, nella logica del potere dominante e senza regole, oggi padrone di due terzi del mondo.







