C’è un gobbo. Non quello di Notre-Dame, ma quello evocato alle Nazioni Unite, tra scale mobili immaginarie e allusioni da cabaret geopolitico. C’è una first lady trasformata in star globale grazie a un film «il più visto di sempre» (costato 20 milioni di dollari, visto – ci viene assicurato – «quattro volte dalle donne». C’è un edificio intestato al suo nome senza che lui, il protagonista assoluto della scena, ne sapesse nulla. Ci sono otto guerre chiuse – otto – senza che il mondo, distratto, se ne sia accorto. C’è un Board of Peace definito «la più potente e migliore organizzazione di tutti i tempi», con «i membri più prestigiosi del pianeta». C’è perfino la Norvegia che, ingrata, avrebbe dovuto conferirgli il Nobel. E c’è una lista di attesa di pretendenti, questuanti per farne parte.
L’Onu personale di Donald Trump, “Board of Peace”, nato senza i palestinesi per ricostruire Gaza e farne una riviera mediorientale, è stato battezzato da una prolusione che avrebbe fatto arrossire anche il seguace più devoto e il patriota più convinto del Presidente USA all’apertura della prima riunione. Il testo del discorso – per molti tratti il copione di uno spettacolo di varietà, surreale e ridicolo – merita di diventare oggetto di studio. Una fenomenologia dell’iperbole permanente, e l’identità del mondo nuovo, fabbricato dall’America sovranista.
Non è una novità che Trump costruisca i suoi interventi come una sequenza di climax autocelebrativi. Ma qui la misura è saltata del tutto. La giornata inaugurale viene definita «la più meravigliosa della storia». L’opera avviata è «la più importante di ogni tempo». L’organizzazione è «la migliore mai esistita». La platea è «tutta esaurita», la lista di chi vuole entrare nel Board è «lunghissima». Superlativi assoluti, universalizzazioni, primati storici, potenza, ricchezza, prestigio senza limiti. Nessun dato verificabile. Nessuna cornice istituzionale chiara. Solo l’enfasi come prova.
Il Board viene descritto come un consesso umanitario destinato a «prendersi cura di coloro che sono in difficoltà». Ma, nello stesso passaggio, ai partecipanti vengono promesse «pagelle» di buona condotta, ricchezza e benessere. La beneficenza si intreccia con la certificazione morale e finanziaria. L’aiuto diventa rating. E le sue regole tracciano il modello di dominio di una sola persona, capo in eterno, despota in ogni decisione, padrone della parola e dell’azione, dotato di virtù taumaturgiche, il Re Mida del nostro tempo, che bisogna riverire e seguire per non cadere nell’irrilevanza, nella miseria, nella polvere.
Impossibile elencare il numero di menzogne, stupidaggini, comiche intenzioni, autocelebrazioni. Otto guerre sarebbero state chiuse grazie alla sua azione. Otto conflitti risolti senza trattati pubblici, senza risoluzioni internazionali note, senza cronache diplomatiche. È un’affermazione che, se presa sul serio, richiederebbe una mappa, date, firme, cessate il fuoco documentati. Nulla di tutto questo compare. L’enunciazione basta a sé stessa. L’atto linguistico sostituisce il fatto politico.
La presenza di «due capi di Stato che prima si facevano guerra e ora siedono uno accanto all’altro» viene elevata a prova. Una buffonata dopo l’altra di chi si è assegnato il ruolo di padrone del mondo. La Norvegia avrebbe «dovuto» assegnargli il Nobel per la Pace. Anche qui, l’ordine delle cose è rovesciato: non è il premio a riconoscere un’opera, è l’opera a pretendere il premio. La legittimazione diventa un debito morale altrui. Il Nobel, evocato come diritto mancato, serve a un doppio scopo: confermare la grandezza già autoattribuita e suggerire un’ingiustizia subita. È la costruzione della vittima potente, insieme geniale e perseguitata. La first lady diventa una star globale grazie a un film «il più visto». Ma nella stessa famiglia «non possono esserci due star». La battuta è rivelatrice: l’universo narrativo è centrato su un unico sole. Anche la celebrità domestica è regolata dalla gerarchia carismatica. L’edificio che porta il suo nome – senza che lui ne sapesse nulla – completa la scena: grandezza spontanea, omaggi che piovono dall’alto, consenso che precede la consapevolezza.
Il Board of Peace viene presentato come la «più potente organizzazione del mondo», con «i membri più prestigiosi». L’elenco degli aspiranti è «lunghissimo». La FIFA raccoglierebbe risorse. La ragione sociale è umanitaria, ma la struttura è quella di un brand globale. Non un organismo multilaterale con regole trasparenti, ma una piattaforma carismatica. Non una governance condivisa, ma una cabina di regia personalizzata. La pace come marchio. In questo quadro, l’Onu diventa sfondo scenografico, non centro decisionale. Le scale mobili e il “gobbo” evocato servono a ridurre l’istituzione a teatro. L’organizzazione internazionale è il contenitore; il protagonista è altrove.
Se si sottopone il discorso a uno stress test elementare – verifica dei fatti, coerenza istituzionale, misurabilità dei risultati – il tessuto si sfilaccia. La cifra è quella dell’iperbole come metodo politico. Non convincere attraverso prove, ma saturare lo spazio con grandezza proclamata. Il problema non è l’eccesso retorico in sé. È la trasformazione della politica internazionale in spettacolo di autoattribuzione. Quando la pace diventa un evento, la cooperazione un brand e il riconoscimento un atto dovuto, la diplomazia scivola nella performance. La giornata «più meravigliosa della storia» non è un dato. È una dichiarazione di possesso simbolico del tempo. L’«opera più importante di ogni tempo» non è una misura. È un titolo preventivo. Il Board of Peace, così come presentato, non è un’istituzione: è un palcoscenico. E la pace, ridotta a superlativo, rischia di diventare un accessorio narrativo. Non siamo davanti a un programma politico dettagliato, ma a un dispositivo retorico che pretende di sostituire la realtà con lo spettacolo e la convivenza come un’occasione di guadagno per pochi, Trump, suo genero ed il socio in affari.








