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Niscemi, la terra che naviga, icona dell’irresponsabilità sistemica: locale, regionale, nazionale

01/02/2026
in Articoli
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La chiamò così Saverio Landolina Nava, con una formula che oggi suona come una condanna pronunciata in anticipo di due secoli: la terra che naviga. Non crolla, non esplode, non si sbriciola. Scivola. Trasla. Migra intera, come un corpo vivo che obbedisce a leggi lente e inesorabili.
È un’immagine potente, quasi letteraria, ma soprattutto è una diagnosi scientifica ante litteram. La terra di Niscemi — e più precisamente quel versante, sempre lo stesso — è un libro aperto. Un libro che racconta, pagina dopo pagina, la propria instabilità strutturale. Un libro che è stato visto, citato, archiviato. Mai davvero letto. E oggi, “profetico” per scienza e coscienza: esso lancia un anatema, a sua insaputa, a coloro, e sono tanti, che avrebbero dovuto temerlo, chiuderlo. Come? Prendendo atto che non si può abitare sulla terra che naviga, e far finta di niente.

Landolina non descrive un evento eccezionale. Descrive una ricorrenza. Quando nel 1790 osserva il casma aprirsi presso Santa Maria di Niscemi, non parla di una sorpresa della natura, ma dell’ennesima manifestazione di una geografia già segnata. Colline irregolari, ammassi caotici, fenditure antiche. La Valle del Benefizio come archivio geologico della memoria.
La terra, scrive in sostanza Landolina, aveva già parlato. E continuerà a parlare.

Da allora, il copione non è cambiato. Cambiano i governi, cambiano i linguaggi tecnici, ma il fenomeno resta identico: strati sabbiosi permeabili sopra argille tenaci, piogge intense, lubrificazione del piano di scivolamento, movimento lento ma devastante. Vigne, strade, edifici che “navigano” senza rompersi, finché non è troppo tardi. I dissesti di oggi non sono un’imprevedibile emergenza. Sono la prosecuzione di una storia nota. Ed è qui che la geologia smette di essere scienza neutra e diventa atto d’accusa.

Perché Niscemi non è solo un caso naturale. È un caso politico. È l’icona dell’irresponsabilità sistemica: locale, regionale, nazionale. Un territorio la cui instabilità è documentata, descritta, misurata, mappata da oltre due secoli, e che tuttavia continua a essere trattato come se la terra fosse immobile per decreto.
Ogni volta la sequenza è la stessa: studio, relazione, allarme. Poi archiviazione. Poi oblio. Fino al prossimo scivolamento. La “terra che naviga” è stata letta come si leggono certi documenti scomodi: distrattamente, per atto dovuto. E subito rimessa da parte. Perché prendere sul serio quel libro avrebbe significato rinunciare, pianificare, limitare, dire dei no. E qui il paradosso si fa grottesco.

Niscemi è stata elevata a presidio strategico globale, sede di uno dei più sofisticati sistemi radar satellitari del pianeta. Un’infrastruttura geopolitica pensata per garantire sicurezza, controllo, prevenzione. Uno strumento che pretende di sorvegliare il mondo dall’alto. Ma poggia su una terra che dal basso continua a muoversi.

La massima tecnologia militare globale innestata su un versante che Landolina, nel Settecento, aveva già descritto come strutturalmente instabile. Non è solo un errore tecnico. È un’impostura concettuale. Si promette sicurezza planetaria ignorando l’insicurezza elementare del suolo. Si parla di controllo mentre si rimuove la realtà più evidente: quel terreno non è affidabile. Ma c’è di più: per il Movimento No MUOS di Niscemi, la fragilità geologica è resa più grave dalla grande base militare statunitense NRTF della US Navy, ubicata parzialmente nell’area protetta della Sughereta di Niscemi. L’infrastruttura, larga quanto un grande aeroporto, avrebbe modificato il suolo e i regimi di drenaggio. Sospetto di rischi ambientali e idrogeologici che è stato respinto dalle autorità di governo, e di fatto sanzionato con denunce e procedimenti giudiziari.

Niscemi, allora, non è solo un luogo. È un simbolo. Il simbolo di uno Stato che conosce i problemi ma li tratta come fastidi episodici. Di una politica che confonde lo sviluppo con l’occupazione temporanea dello spazio, senza mai interrogarsi sulla sua tenuta.

La terra che naviga non mente. Non improvvisa. Non tradisce. Fa esattamente ciò che ha sempre fatto. A tradire, semmai, sono stati coloro che l’hanno letta, scegliendo deliberatamente di non crederle.

 

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Tags: franairresponsabilitàlandolina navamuosNiscemiNRTFpresidio strategico globaleprevenzionericorrenzaSanta MariasugheretaUS Navy

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