Non è la prima volta che l’arte sacra inciampa nel presente. Talvolta per ingenuità tecnica, talvolta per zelo devozionale, talvolta – più spesso di quanto si ammetta – per quella forma sottile di adulazione che attraversa i secoli mutando linguaggio ma non sostanza. Il recente caso dell’angelo “contemporaneo” apparso nella Basilica di San Lorenzo in Lucina si colloca esattamente in questa zona grigia.
Che il volto del cherubino richiami quello di Giorgia Meloni è, in fondo, un dettaglio secondario. La somiglianza non è accidentale, involontaria, né frutto di suggestione collettiva. E allora? La premier ha preso le distanze dall’aureola. Ma l’ironia non basta a sciogliere il nodo vero: non chi sia ritratto, bensì perché oggi ci sembri plausibile omaggiare un leader e riconoscerlo dentro un angelo di una chiesa romana.
Ogni regime – ogni forma di potere che aspiri a durare – ha bisogno di una liturgia. I simboli precedono le leggi, le immagini sopravvivono ai decreti. L’eroe politico, per consolidarsi, deve essere sottratto alla contingenza: trasformato in figura, in icona, in destino. È un meccanismo antico quanto l’Impero romano, raffinato dal medioevo cristiano e perfezionato dai totalitarismi novecenteschi. Prima si diventa necessari, poi inevitabili, infine – se il ciclo riesce – naturali.
L’angelo di San Lorenzo in Lucina sta sopra il busto di un re in esilio, regge un cartiglio con lo Stivale italiano, dialoga con la simbologia del potere, della continuità, della legittimazione. Inserire in quell’impianto un volto percepito come attuale – riconoscibile, mediatico, politico – significa alterare l’equilibrio temporale dell’insieme: non più storia che sedimenta, ma presente che si eternizza.
Non serve ipotizzare complotti o ordini dall’alto per prendere coscienza della rilevanza mediatica dell’episodio. Il fatto li sorpassa. Il culto della personalità, quando l’aria è favorevole, nasce anche da solo. È sufficiente un contesto che lo renda pensabile e quindi a suo modo riconoscibile. Un decoratore devoto, un restauro disinvolto (affidato ad un sacrestano), un’autorità carismatica già onnipresente nel discorso pubblico, li occhi bendati dei vigilanti: il risultato arriva senza bisogno di regia. Il messaggio passa comunque, perché – come sempre – il mezzo è il messaggio, sia esso digitale o marmoreo.
La storia insegna che il culto della personalità ama anticipare il giudizio dei posteri. Fare del leader un santo o un eroe non è mai un gesto innocente: è un investimento simbolico sul presente e sul futuro, una richiesta implicita di obbedienza “a prescindere”.
Restano tante domande, molto terrene. Perché si è affidata ad un sacrestano il restauro di un’opera sacra, contravvenendo alla legge sui restauri? Occhi bendati, in chiesa e fuori…








