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La Bosnia e la Norvegia ci mandano a casa. Il pallone è…politico. Ecco perché…

01/04/2026
in Articoli
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“E noi, davanti al televisore, a porci interrogativi esistenziali: perché la Bosnia, con appena 3 milioni di abitanti, ha un fenomeno come Alajbegovic e noi in 60 milioni produciamo al massimo Politano?”.

Il quesito, ben posto, è di Massimo Gramellini, corsivista del Corriere della Sera, che non è annoverato come un fan del calcio.

Uscire per la terza volta dalla scena mondiale, con una storia di successi planetari da far valere pressoché unica, certifica un fenomeno sociale, politico che esorbita dalla disciplina sportiva e ci interroga sugli squilibri e le diseguaglianze del nostro tempo. Che c’entra?

C’entra e come. Il calcio è lo sport più popolare in Italia da sempre; non è il tennis di Sinner, l’automobilismo di Antonelli, né il motociclismo di Bezzecchi, grandi campioni di cui siamo giustamente orgogliosi. Il tennis non si gioca nei cortili di casa, o sui marciapiedi; salire su una moto o un auto che volano a 300 km nei circuiti è roba da èlite: ci vogliono talento immenso e investimenti miliardari.

Il calcio ha una platea straordinaia di praticanti in Italia. Il Bel Paese non è la Bosnia, con appena tre milioni di abitanti, né la Norvegia popolosa quanto e forse meno della Sicilia, le cui  nazionali ci hanno chiuso la porta in faccia al mondiale. Meritatamente, tra l’altro, specie nel caso della Norvegia, ha umiliato gli azzurri con un sonoro tre a zero sia all’andata che al ritorno.

Vuol dire che in Norvegia i nativi hanno più talento? Sono più tenaci, più performanti? Ce l’hanno nel DNA il calcio giocato? Non è vero, così come non è vero che le sconfitte appartengono ai coach della nazionale (Gattuso, Mancini, Spalletti), o alle volontà pur altalenante degli azzurri in campo, al loro spirito di maglia. Nessuno dei tre coach ha ottenuto un tempo utile per la preparazione della squadra, perché sono prevalsi gli interessi delle società di calcio, le cui priorità sono le risorse dei network e il pubblico negli stadi.

Il calcio in Italia è lo specchio sistemico del Paese, governato dalle corporazioni: i club, qualunque sia la loro caratura, governano lo sport più popolare e l’hanno trasformato in un baraccone, a metà strada fra l’attività circense e l’attività finanziaria, con tutto il rispetto per entrambe. Le tifoserie, che non esercitano nei cortili, sono “patrimonio” dei Club, e talvolta ne tracciano il profilo violento se non addirittura politicamente preoccupante per alcuni estremismi.

A questo baraccone amministrato da manager di grande esperienza molto ambiti (e ben pagati), i giovani italiani non hanno accesso facile, anzi essi trascorrono l’adolescenza nei cortili o se hanno talento e fortuna, entrano in lista di attesa nei club; attesa che dura anni e consuma volontà e speranze, perché le società di calcio devono fare il risultato sul campo e devono investire sui campioni ovunque nascano, che poi magari tali non sono, visto che le major italiane sono tutte uscite dalle Coppe, a riprova dello stato di…disgrazia in cui versa il pallone italiano.

Non nascondo il dispiacere per l’umiliante uscita dell’Italia dalla vetrina mondiale, ma è niente rispetto al fatto ineludibile che a migliaia di ragazzi, per lo più praticanti nei cortili di casa, viene preclusa la possibilità di misurare il talento come attori protagonisti. Il popolo non pare affatto sovrano con un governo sovrano. Un paradosso.

Certo, la questione è vecchia, molto vecchia, ma l’assenza di idee, volontà, iniziative e progetti odierna, mi pare disperante. Il Ministro dello Sport, Abodi (chi l’ha visto?), ha appena detto di essere molto arrabbiato, perché non si è fatto un reset, un tentativo di ricominciare da zero. Perché da qui si deve partire.

Non c’è soltanto il calcio al pallone, da aggiustare…per segnare i rigori. Ma con chi se la prende, Abbodi? Toccava a lui scompigliare le carte e affondare il bisturi sulla piaga, divenuta purulenta.

 

 

 

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Tags: abbodibosniacalcioclubcoachgattusomancininorvegiapallonespalletti

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