Perché il Generale Vannacci mise mano alla carta bollata quando Pierluigi Bersani lo definì un coglione, arrabbiandosi tantissimo, ed ora pretende di essere gratificato come una Feccia? Il verdetto dei magistrati assolse l’autore dell’epiteto che fece infuriare il Generale, e Bersani non fu punito in giudizio. L’irritazione non potè essere smaltita; invece che avere, come si dice, il dente avvelenato e sentirsi una tigre ferita o un leone azzoppato, non avendo ottenuto giustizia, ha deciso di essere “pensato” da Feccia.
Si apre una pagina nella storia della Repubblica al tempo dell’era Meloni: l’enigma di una gerarchia valori (o disvalori…) nel mondo al contrario del Generale. Confessarsi Feccia e finire in tribunale per avere subito una espressione, sgradevole, come coglione, e poi confessarsi Feccia agli occhi del popolo di destra, costituisce però un corto circuito, se la doppia elica l’indossa chi non ama un colore della pelle diverso dal proprio, chiama Dio con un nome diverso, sbaciucchia una persona dello stesso sesso e non trova la moglie a fare i manicaretti in cucina.
L’autorevole Treccani infatti non usa mezzi termini: la feccia è “la parte peggiore, più spregevole della società; affine a fango, melma”, mentre il coglione è solo il “minchione”.
Chi, senza pregiudizi, fosse invitato a declinare una gerarchia fra i due termini, o dovesse scegliere l’epiteto che meno gli provochi dispiacere, non avrebbe dubbi: meglio sentirsi gratificare con il termine coglione che feccia. Il coglione è sempre in mezzo a noi, anche quando siamo soli e ci capita di farcene omaggio. Ha perso il carattere di insulto. Ad un amico si può dire impunemente “coglione”; se te lo affibbiano ci fai una risatina, magari pensi di avertelo meritato. Essere additati come una feccia, specie in pubblico, è però difficile da digerire.
Naturalmente il Generale non va messo all’indice, come farebbe lui: chi si sente a più agio se giudicato la feccia, e s’arrabbia se gli danno del coglione o coglionazzo, ha tutto il diritto di pensarla come vuole.
Resta tuttavia il fatto che l’enigma è ineludibile: è corretto affrontarlo e tentare di risolverlo per farsi un’idea della personalità del Generale, che potrebbe affacciarsi nel panorama stellato delle istituzioni italiane, con grande giubilo di chi gli ha tirato la volata, consapevolmente, come Salvini, o senza averne consapevolezza, come Meloni.
L’ipotesi che formuliamo, parte da una premessa: sentirsi feccia è una aspirazione non perseguita nemmeno da chi avrebbe le carte in regola per conseguirla, ed offre perciò l’impagabile dono della sua unicità. Sentirsi popolo, sentirsi unici al mondo in quanto feccia è tutt’uno: una condizione appagante che realizza il narcisismo suprematista bianco. Un manifesto, una ideologica, un progetto di vita.
Tirate le somme, il narcisista perfetto sarebbe una feccia, che ha il diritto di sentirsi tale. Arringare la folla e questuare consensi politici ed elettorali come feccia, insomma, è del tutto legittimo nel mondo al contrario del Generale.
Meno legittimo è vedere la feccia come personaggio politico.








