La bugia è raccontare le basi americane in Italia come un favore fatto a noi. Non è così. Servono anche a loro, soprattutto a loro. Sigonella non è una piazzola di cortesia: è il centro del Mediterraneo operativo, la pista da cui si guarda l’Africa, il Medio Oriente, il Mar Nero, il Canale di Suez. Niscemi non è un nome periferico della Sicilia interna: è un nodo di comunicazione militare, radar, antenne, segnali, potenza invisibile. Vede ciò che dell’Italia gli serve. Vede Aviano, Sigonella, Vicenza, Camp Darby, Napoli. Vede una portaerei ferma nel Mediterraneo, una piattaforma logistica, una retrovia, un corridoio, un deposito, una pista. Non vede un alleato: vede un’infrastruttura.
Allora la domanda va capovolta. Non siamo noi a dover ringraziare Trump perché ci “protegge”. È lui, semmai, che dovrebbe spiegare quanto vale per gli Stati Uniti poter disporre di questa geografia. Quanto vale una Sicilia trasformata in piattaforma strategica. Quanto valgono Sigonella, Niscemi, le rotte, i cieli, i porti, i depositi, le servitù, i rischi ambientali, il silenzio imposto alle comunità.
Il conto, almeno una volta, andrebbe presentato a lui. Vuole più spese militari europee, più obbedienza, più basi disponibili, più armi comprate negli Stati Uniti. Benissimo: allora paghi anche l’uso del territorio, la trasparenza, le compensazioni, la sicurezza, le bonifiche, il consenso democratico.
Se l’Italia è solo suolo da usare, l’Italia deve almeno smettere di comportarsi da ospite in casa propria. Perché questuiamo? Che cosa c’è dietro la servitù gratuita?








