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La ricerca del consenso, compromesso dei mediocri tra tirare a campare e scelte incisive

22/10/2024
in Articoli
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Nel dibattito culturale, filosofico e politico, la condizione della mediocrità da un lato è evocata positivamente come un invito all’equilibrio, al rifiuto degli eccessi, alla saggezza di chi evita estremi pericoli in favore della moderazione; dall’altro, è sinonimo di stagnazione, incompetenza e di uno stato in cui migliorare è impossibile poiché domina la rinuncia, la pigrizia, una visione del futuro. La mediocrità si colloca all’intersezione tra queste due prospettive nel contesto politico, sociale e filosofico a seconda della cultura del tempo.

L’idea che vi sia una nobiltà nella moderazione ha radici profonde nella filosofia antica. Il concetto latino di Aurea Mediocritas, derivato dalle Odi di Orazio, rappresenta il valore di una “via di mezzo” aurea, la nozione di equilibrio ottimale, la capacità di sapersi accontentare, di vivere con serenità senza cercare di raggiungere estremi pericolosi: “Il giusto mezzo” diventa la chiave per una vita virtuosa, lontana da ambizioni irrealistiche o dall’inerzia del non agire. A livello filosofico, questa visione si ritrova in Aristotele, che con la sua famosa massima in medio stat virtus affermava che la virtù si trova nell’equilibrio tra opposti eccessi.

Questo concetto trova un eco anche nel pensiero orientale. Nella filosofia buddhista, la “Via di Mezzo” evita i due estremi della massima indulgenza e della severa mortificazione, proponendo una vita equilibrata come il cammino verso l’illuminazione. Il valore del mezzo, dunque, attraversa civiltà e tempi, consolidandosi come simbolo di saggezza e prudenza.

 

D’altro canto, la mediocrità assume una connotazione profondamente negativa nel linguaggio moderno, specialmente quando applicata a contesti sociali e politici. Essere “mediocre” diventa sinonimo di inadeguatezza, scarsa ambizione e mancanza di competenze. In questa prospettiva, la mediocrità non è semplicemente una condizione neutra, ma un elemento corrosivo della società. Coloro che vi si trovano, o vi ambiscono, sono spesso descritti come figure prive di vero talento o di visione, ma in grado di manipolare il sistema per mantenere il loro potere. Il concetto di “mediocri che sostengono mediocri”, evocato in qualche occasione, riflette una struttura sociale autoreferenziale, dove il miglioramento viene frenato dalla necessità di preservare equilibri di potere consolidati. Questo tipo di mediocrità non cerca la virtù nel mezzo, ma piuttosto il controllo sulla stagnazione.

Questa la sua duplice natura rende la mediocrità il concetto così affascinante: nel mezzo, infatti, può trovarsi sia il meglio che il peggio. Da un lato, l’equilibrio di cui parlano Orazio e Aristotele invita a un’esistenza moderata, dove la virtù emerge proprio dal bilanciamento tra desideri eccessivi e rinunce estreme, dall’altro lato, il rischio del compromesso con l’insufficienza, rimanere nell’inerzia, senza spinta verso un miglioramento o un’innovazione.

Nel contesto politico, questo è particolarmente evidente. Spesso la mediocrità è un rifugio per chi teme il rischio e non ha il coraggio di portare avanti riforme necessarie. Si pensi al concetto di “politica del consenso”, dove il compromesso prevale su decisioni forti e radicali. Il risultato può essere una politica che evita conflitti, celte impopolari, ma che al tempo stesso manca di incisività e non risponde ai bisogni reali della società. In altre parole, l’anticamera del declino quando l’inerzia prevale sull’azione e il coraggio di cambiare. Nel mondo del lavoro, nel mercato globale, nei media, la mediocrità è spesso tollerata perché non richiede sforzi eccessivi, né comporta il rischio di fallire clamorosamente.

Questa trasformazione  del concetto riflette i cambiamenti sociali ed economici avvenuti nel tempo. In una società che celebra il successo individuale e l’innovazione, rimanere nel mezzo è percepito come una forma di fallimento. La nostra epoca, caratterizzata da un costante bisogno di superare i limiti, non accetta la stagnazione.

Tuttavia, quando il mezzo è frutto di saggezza e prudenza, esso conduce a soluzioni durature e giuste. Quando, invece, è l’effetto di un’inadeguatezza strutturale, il risultato è la stagnazione. Tuttavia, ciò che distingue il meglio dal peggio non è tanto la posizione nel mezzo, quanto l’intenzione che guida l’azione; la mediocrità, a dispetto delle sue accezioni meno che lusinghiere, è uno stato pervasivo. Come un’entità sottovalutata, si trova ovunque: nei prodotti che consumiamo, nelle decisioni che accettiamo e perfino nelle persone che incontriamo.

 

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