Nel 2019 per definire una causa in Italia occorrevano in media 348 giorni. Nel 2020, con la pandemia, il dato è salito a 435. Poi, in modo apparentemente virtuoso, la curva si è ridotta fino a 325 giorni nel triennio successivo. Un progresso fragile, come dimostra il nuovo trend: 342 giorni nel 2024, 345 previsti per il 2025, fino a 370 nel 2028 secondo le proiezioni ufficiali. È una parabola che racconta più di mille dibattiti parlamentari: la giustizia italiana continua a camminare con passo lento e affaticato, nonostante le riforme, i piani di efficienza, i fondi del PNRR e le promesse di modernizzazione.
La domanda è inevitabile: da cosa dipende davvero questa oscillazione? Dalla minore litigiosità indotta dalla pandemia, che ha congelato contenziosi e rapporti economici? O da qualche miglioramento strutturale dovuto agli investimenti europei in digitalizzazione e uffici per il processo? La verità è che nessuno dispone di un’analisi puntuale, e che la giustizia continua a essere misurata più nei tempi di attesa che nei risultati di equità.
Eppure, in questo scenario di lentezza e disillusione, il governo decide di giocare la carta più divisiva: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Un tema identitario per la destra, che diventa cavallo di battaglia politico più che risposta funzionale. Si tenta così di trasformare una riforma ordinamentale in una bandiera ideologica, nella speranza di ottenere un successo simbolico da esibire in vista del rinnovo parlamentare.
Ma qui si consuma una contraddizione evidente: la riforma delle carriere non incide in alcun modo sui tempi della giustizia. Non abbrevia i processi, non recluta personale, non migliora l’organizzazione degli uffici. Il problema dei ritardi – che è poi la sostanza del disagio quotidiano dei cittadini – nasce dalla carenza di risorse, dalla mancanza di organici, dalla frammentazione normativa e da una digitalizzazione ancora incompiuta. Sono questioni tecniche, strutturali, amministrative: lontane dalle guerre ideologiche.
Eppure, la strategia politica sembra puntare proprio su quel terreno emotivo. Si vuole trascinare il paese a un giudizio “popolare” sulla magistratura, come se la lentezza dei procedimenti dipendesse dalla moralità o dall’orientamento di chi giudica. È una semplificazione pericolosa, perché mina il pilastro su cui si fonda lo Stato di diritto: la fiducia nell’autonomia della giurisdizione.
Ogni cittadino, prima o poi, ha avuto o avrà a che fare con un tribunale, e da quell’esperienza ricava un’opinione diretta e personale. Ma trasformare tale percezione in un plebiscito contro o a favore dei magistrati rischia di scambiare l’effetto per la causa. Un giudizio tardivo, si dice spesso, è un non-giudizio. Ma il ritardo non è colpa dei giudici: è il risultato di un sistema che da decenni investe poco, taglia organici, moltiplica le norme e pretende risultati da un corpo ormai logoro.
In questo contesto, la separazione delle carriere appare come una distrazione istituzionale, una mossa di consenso più che di efficienza. La giustizia italiana non ha bisogno di nuovi confini ideologici, ma di risorse, organizzazione e continuità di indirizzo. Il rischio, altrimenti, è quello di un Paese che discute di principi mentre le aule restano vuote, gli archivi si ingolfano e la fiducia dei cittadini evapora.
La giustizia non si misura con i referendum, ma con i tempi, la competenza e la serenità del giudizio. E su questo terreno, i dati parlano chiaro: la riforma che si annuncia non farà correre nessuno.
La separazione delle carriere fortemente voluta dal governo è la cartina di tornasole della politica politicante, il tentativo di stabilire una sorta di minorità fra potere esecutivo e giudiziario, ca scapito del secondo, un temntativo che introduce un elemento di distorsione in uno Stao di diritto.








