Alice ed Helen Kessler se ne sono andate insieme. La loro volontà era nota; lo ripetevano tutte le volte che se ne facesse cenno. Il loro volto sorridente si adombrava, si lanciavano un lieve sguardo di intesa, senza lasciar trasparire rammarico, quasi fosse normale quella indomabile volontà. Pareva che ci rimproverassero di non capirla.
Eppure ci siamo sorpresi, ci siamo trovati come impreparati. Avremmo voluto che non rispettassero quel “giuramento” fatto a se stesse e al mondo intero?
L’impossibilità di sopravvivere alla morte di una persona cara ci spaventa, ci strega, ci conquista, ci fa anche sentire in colpa.
Misura il nostro amore per le persone amate?
I sopravvissuti “sentono” di essere scampati alla fine, e se ne vergognano. Non lo ammettono nemmeno a se stessi.
No, non è una colpa, sarebbe ingiusto. Il lutto disorienta, smarrisce, sgomenta, annichilisce ogni certezza. La morte è una realtà con cui non riusciamo mai a fare i conti. Alice ed Helen Kessler hanno scelto di sfuggire a quella domanda che dilania: perché proprio a me? Il loro è stato un suicidio d’amore. Amore verso la vita. La loro vita, così unica, così duplice, così straordinaria.
Eppure le ricorderemo per le loro pagliette e le bellissime scandalose gambe, «opportunamente nascoste da pesanti calze di lana scura», filo conduttore della nostra adolescenza, di un’Italia che si risvegliava da una lunga notte di terribilità.








