Ogni volta che viene posto il problema, sempre più distopico per il futuro del Paese, i leaders dei partiti al governo spiegano agli italiani che la dialettica interna alla coalizione, seppur vivace, non nuoce perché non produce spaccature: la Premier Meloni fa una sintesi delle istanze diverse e il voto premia il governo. Insomma, siccome il dono della sintesi salva la stabilità dell’esecutivo, tutto va magnificamente bene. Piuttosto, commentano, l’opposizione ha posizioni diverse, perché alimentano spaccature. Ferite che non si rimarginano. Vengono tenuti sullo stesso piano governo e opposizione.
La scena è truccata, il copione racconta ben altro. Si omettono elementi essenziali per potere pareggiare le divisioni, le dispute e i tafferugli.
Il governo ha bisogno di avere una voce comune, sia nell’istruzione delle decisioni quanto nella elaborazione delle decisioni. Se le voci sono tante e la loro elaborazione è costellata da incertezze e opinioni contrastanti, immerse in una galassia di contestazione, sottoposte a variabili indipendenti, frutto di compromessi e duelli all’arma bianca, la credibilità del governo subisce danni esiziali con effetti devastanti sull’immagine del Paese.
Se il Vice Presidente del Consiglio, Salvini, un giorno sì ed uno no, contesta quel che racconta e propone il Ministro della Difesa, Crosetto, schierando l’Italia a favore della Russia di Putin o dell’America di Trump, piuttosto che a favore dell’EU, cui l’Italia appartiene (ed è Paese fondatore), non c’è in gioco la credibilità politica di Salvini e Crosetto, ma la credibilità della politica estera italiana e la sua affidabilità sui tavoli negoziali europei e internazionali.
La narrazione dell’opposizione, che vive contrapposizioni insanabili, dà per scontato qualcosa che non lo è: l’opposizione è un ruolo, e non uno schieramento politico; un ruolo essenziale alla democrazia, che viene declinato fisiologicamente in vario modo, secondo le opinioni, i programmi, gli obiettivi degli schieramenti politici che la compongono. Per quale motivo dovrebbe costituire un monolite? L’opposizione è fatta di opposizioni.
Ben diverso, se le opposizioni, ricevendo divenissero maggioranza e dovessero formare un governo. La sintesi sarebbe essenziale, non sarebbero più “le opposizioni”, ma una alleanza di governo con un programma, una linea politica, una solo voce, seppur all’interno di una dialettica fra i partiti, e quindi nel rispetto, ancora una volta dei ruoli: da una parte ogni partito della neo-maggioranza che si confronta al suo interno, e dall’altra il governo, i cui componenti hanno l’obbligo di rappresentarsi uniti e compatti.
Lo spettacolo che il governo ha offerto nei tre mesi di dibattito sulla manovra di bilancio, con divergenze, percorsi tortuosi, colpi e contraccolpi perfino dentro lo stesso partito (la Lega), su temi come la politica estera, e quella interna (pensioni, edilizia, affitti ecc), è un problema ben diverso dalle spaccature delle opposizioni: esso ha prodotto una instabilità incompatibile con i numeri ampi di cui la maggioranza, che lo sostiene, dispone nelle due Camere. Un vantaggio enorme rispetto alle coalizioni che hanno governato l’Italia per quasi ottanta anni. L’instabilità a dispetto dei numeri favorevoli non è premiabile, va censurata e denunciata.
Certo, se le opposizioni che aspirano al governo, riducessero i margini di diversità, salirebbero le loro quotazioni elettorali, ma questa è un’altra storia.
L’instabilità dei governi è stata generata dai numeri risicati che permetteva ai partiti minori, e perfino a singoli deputati, di ricattare i governi, costringendo l’esecutivo ad equilibrismi miracolosi e alle dimissioni.
L’attuale governo convive con i suoi equilibrismi, nonostante il vantaggio dei numeri. Il fatto è che, al di là dei numeri, ognuno dei tre partiti della coalizione di governo mantiene una rendita di posizione che gli consegna il vecchio strumento del ricatto politico. E’ il caso della Lega, cui viene concesso di stare al servizio di Paesi, come l’America di Trump e la Russia di Putin, dichiaratamente avversi all’Europa di cui l’Italia, volente o nolente, fa parte, grazie anche agli equilibrismi della Premier Meloni, filotrumpiana perinde ac cadaver, allo stesso modo di un cadavere.








