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Dall’Ucraina alla Groenlandia: l’Europa in saldo Menzogne, furbizie, idiozie. E la bandiera a stelle e strisce dell’Italia

06/01/2026
in Articoli
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Dall’Ucraina alla Groenlandia, per Donald Trump non esistono alleati né amici, recenti o di lunga data. Esistono solo interessi immediati, rapporti di forza, occasioni di preda. L’unica che finge di non saperlo – ma lo sa benissimo – è la presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, che ha investito politicamente sulla presunta “sintonia sovranista” con il trumpismo.

Una scelta che contiene, nel suo nucleo originario, il tradimento strutturale dell’alleato: il sovranismo non conosce lealtà, ma solo convergenze temporanee, sacrificabili sull’altare dell’interesse nazionale – o personale – del più forte.

Perché farlo? Miopia strategica, furbizia paesana, calcoli di piccolo cabotaggio e una scommessa individuale: stare con il più forte, comunque vada, sembra offrire più chances di sopravvivenza politica rispetto all’allineamento europeo. Che questa opzione, ormai inequivocabilmente trumpiana seppur mascherata da equilibrismi retorici, non coincida con l’interesse nazionale italiano – perché isola il Paese dall’Europa e lo rende subalterno – è ormai acquisito, con accenti diversi, da analisti di culture politiche opposte.

Il governo italiano scommette sulla Casa Bianca nella convinzione di incassare dividendi quando la legge del più forte avrà definitivamente eroso il diritto internazionale, gli organismi sovranazionali e persino le garanzie democratiche interne agli Stati Uniti. Una visione del mondo ridotta a giungla planetaria, dove la competizione tra predatori sostituisce l’ordine multilaterale.

Gli indizi di questa deriva sono numerosi e convergenti. Il giudizio espresso dal governo italiano sulla possibile deposizione di Nicolás Maduro è stato sorprendentemente indulgente: il “diritto di golpe” diventa titolo di giornale per la stampa filogovernativa, mentre la presidente del Consiglio lo definisce “ammissibile”.

Nel frattempo, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha fatto cadere – nel 2025 – l’accusa più pesante contro Maduro, quella di essere a capo di un cartello del narcotraffico, ammettendo implicitamente l’assenza di prove strutturate. Un paradosso, se si considera che Trump ha concesso la grazia a esponenti politici dell’America Centrale, tra cui l’ex presidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández, condannato negli Stati Uniti per traffico di droga e collusione con i cartelli.

Non c’è una logica coerente nelle decisioni della Casa Bianca, se non quella dell’assalto alla diligenza: destabilizzare, appropriarsi di risorse, forzare assetti geopolitici, fare “buoni affari”. Menzogne, omissioni e furbizie servono a confondere il quadro, non a spiegarlo. Nel dibattito pubblico italiano passa sotto silenzio un documento di rilevanza strategica: la Dichiarazione congiunta Cina–America Latina del 10 dicembre 2025, con cui Pechino ha formalizzato una partnership tecnologica, commerciale e infrastrutturale con l’intero subcontinente. Senza conferenze stampa roboanti, la Cina ha indicato una direzione chiara alla partnership: investimenti su energia, telecomunicazioni, terre rare, intelligenza artificiale, logistica portuale.

La risposta di Trump è arrivata quasi immediatamente. A meno di un mese di distanza, il Venezuela – il Paese latinoamericano più integrato con Pechino sul piano energetico e tecnologico – diventa una “preda ammissibile”, usando il lessico meloniano, e il golpe torna a essere uno strumento politicamente legittimato.

Secondo analisti industriali e geopolitici, Pechino sta contemporaneamente ricordando a Washington – lontano dalle telecamere – un dato elementare: la Cina controlla quote decisive delle materie prime critiche (terre rare, grafite, litio raffinato, magneti permanenti) indispensabili per l’industria avanzata, militare e digitale. Gli Stati Uniti, al contrario, non dispongono di filiere autonome e necessitano di anni (3–5 almeno) per costruire una capacità produttiva comparabile, anche ipotizzando una colonizzazione economica dell’intero continente americano.Il messaggio è semplice: il gradasso rischia di restare in braghe di tela.

In questo scenario, gli equilibrismi della “governatrice” d’Italia – nazionalista per conto terzi – appaiono patetici per la loro distanza dalle vere linee di frattura del mondo. Mentre si ridefinisce l’ordine globale, Roma si limita a strizzare l’occhio al vincitore presunto, rinunciando a incidere.

L’unica alternativa credibile alla legge del più forte è costruire una forza comparabile e non contendibile, che non può essere nazionale ma europea. Lo ripetono, inascoltati, analisti militari, economisti, strateghi industriali: l’Europa non può restare un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. O si trasforma, o si frantuma, consegnandosi agli autocrati ed alle potenze neoimperiali e neocoloniali.

Poiché l’unanimità dei 27 – aggravata dal diritto di veto, difeso anche dall’Italia – rende impraticabile ogni salto federale, l’unica strada realistica è una cooperazione intergovernativa rafforzata tra Paesi volenterosi: difesa comune, politica industriale, sicurezza energetica, autonomia tecnologica.

Il tempo, però, è una variabile ostile. Il 2026 è un anno decisivo. I giochi sono in larga parte già aperti. Trump ha “venduto” tutto ciò che poteva vendere: l’Europa, l’Alleanza Atlantica, le Nazioni Unite, il diritto internazionale come vincolo.

Davvero qualcuno crede che si fermerà al Venezuela? Che rinuncerà alla Groenlandia danese? Un territorio grande come un continente, strategico per rotte artiche, basi militari e risorse minerarie, abitato da appena 56 mila persone. Se necessario, se la prenderà con le buone o con le cattive. Forse in tempi rapidi, perché dopo le elezioni di midterm potrebbe non disporre più della maggioranza al Congresso.

Di fronte a questa minaccia, l’Europa balbetta. Invece di dire all’alleato atlantico di togliere le mani da ciò che non gli appartiene, si rifugia nell’appello al “diritto del popolo groenlandese di decidere”. Un espediente ipocrita, una furbata lessicale cara ai trumpiani europei, Meloni inclusa.

La Danimarca? Prenda atto.

Il messaggio implicito è chiaro: l’esproprio del patrimonio europeo è ormai politicamente concepibile.

 

 

 

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Tags: cartellocina-america latinadanimarcadichiarazione congiuntadiritto di golpegroenldandiahondurasmaduromeloninarcotrafficoNATOtrumpvenezuela

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