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Libertà di spiare. Non è lo spionaggio il vero scandalo: è la sua impunità. Gli scandali che guadagnano l’oblio, senza lasciare rimpianti

08/01/2026
in Articoli
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L’attesa è il titolo che meglio descrive la vigilia dell’esposizione in Parlamento della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, restia al confronto con giornalisti e parlamentari non per pudore istituzionale, ma per gli equilibrismi cui è costretta come fedele interprete della linea della Casa Bianca.
A La7, la conduttrice Tiziana Panella ha invitato i suoi ospiti ad anticipare la domanda che avrebbero rivolto alla premier. La più intrigante – se non la più decisiva – riguarda lo spionaggio in Italia: chi sta spiando gli italiani con i soldi del governo?

Un mistero tutt’altro che chiarito. Il software Paragon, prodotto in Israele e oggi saldamente inscritto nell’orbita tecnologica statunitense (Paragon Solutions), è stato utilizzato per penetrare i telefoni di giornalisti, sacerdoti e organizzazioni non governative. La risposta politica non è mai arrivata.
La licenza d’uso di Paragon è pagata dal governo con fondi pubblici ingenti. Resta senza risposta la questione decisiva: chi detiene la licenza d’abuso?

Il governo nega che vi sia stato abuso, ma si trincera nel silenzio quando l’abuso viene documentato. Le ipotesi sono due, e solo due. O Paragon è stato utilizzato da soggetti terzi, nel qual caso l’intelligence italiana è stata clamorosamente bypassata – con disdoro istituzionale e fallimento del controllo democratico. Oppure l’abuso si è consumato all’interno degli apparati che, per mandato costituzionale, dovrebbero prevenirlo e reprimerlo. Tertium non datur.

Le operazioni di hackeraggio in Italia non sono episodi isolati, ma una striscia continua, mai davvero interrotta. Le denunciano le stesse istituzioni – a partire dal Ministero della Difesa – che le inquadrano come strumenti della guerra ibrida, al pari dei sabotaggi infrastrutturali e della disinformazione strategica.
Ciò che manca, sistematicamente, è la fase successiva: identificazione dei responsabili, attribuzione delle responsabilità, sanzione. Portare questi casi in giudizio si rivela quasi impossibile, non per carenza di norme, ma per assenza di volontà politica e opacità delle catene di comando.

A denunciare lo spionaggio non sono solo le istituzioni, ma anche i privati cittadini. È il caso del tributarista Giangaetano Bellavia, consulente di Report, che ha segnalato l’accesso abusivo a oltre un milione di file contenuti nel proprio hard disk. Un caso enorme, trattato come una notizia qualunque, rapidamente assorbita dal flusso mediatico.

Lo spionaggio, in Italia, è diventato materia di consumo informativo: da leggere sui giornali, osservare in televisione, ascoltare alla radio, commentare nelle “stanze riservate”. Scandalo, sospetti, piste d’indagine, qualche nome sussurrato, qualche ipotesi fatta filtrare. Poi si chiudono i portelloni e si affida al tempo lo smaltimento dell’indignazione.

Il contesto aiuta questa rimozione. La violazione della privacy è stata di fatto sdoganata. Nel web italiano si possono diffondere immagini false, notizie manipolate, dossier costruiti ad arte senza conseguenze significative. Le vittime che si rivolgono alla Polizia postale sono poche; quelle che arrivano a ottenere giustizia, rarissime. L’illegalità digitale prospera perché è a basso rischio e ad alto rendimento economico, politico e mediatico.

C’è infine un risvolto istituzionale che merita attenzione. Il Garante per la Protezione dei Dati Personali conquista le prime pagine non per le sanzioni che infligge, ma per le decisioni che non prende e per le volontà che lascia intendere. Le cronache ne seguono l’azione come se fosse il rez-de-chaussée del governo: non un’autorità indipendente, ma un piano terra amministrativo, una segreteria più che un presidio di diritti.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: in Italia si spia molto, si indaga poco, si punisce quasi mai. Così la sorveglianza smette di essere uno strumento di sicurezza e diventa una tecnica di governo.
Lo scandalo non è lo spionaggio in sé – che ogni Stato pratica – ma la sua normalizzazione democratica, la sua rimozione dal conflitto politico, la sua trasformazione in rumore di fondo. Non produce più indignazione. Non lascia rimpianti. Ed è proprio questo il segnale più inquietante. In uno Stato di diritto lo spionaggio è un’eccezione regolata; in Italia è diventato un’abitudine opaca. Non sappiamo chi spia, non sappiamo chi controlla, non sappiamo chi risponde. Sappiamo solo che accade, che è pagato con denaro pubblico e che nessuno ne porta il peso politico. Si consuma e sparisce, come tutto ciò che il potere non è più obbligato a spiegare.

Non è lo spionaggio il vero scandalo: è la sua impunità. Un governo che nega, un Parlamento che attende, autorità indipendenti che osservano inerti.

 

 

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Tags: catenecomando. bellaviagaranteGiangaetano Bellaviaguerra ibridahackeraggioopacitàprivacyReportspionaggio

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