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Putin e Trump si contendono le prede. Uno scenario distopico, nel quale l’Italia recita la parte che si è scelta, di vittima sacrificale

08/01/2026
in Articoli
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Nelle stesse ore in cui Donald Trump rivendica il controllo strategico delle Americhe e riattiva, senza infingimenti, la dottrina del “cortile di casa”, una pattuglia navale che cambia bandiera in corso di navigazione viene fermata in mare come preda di guerra. Vladimir Putin invoca il diritto internazionale dopo averlo sistematicamente violato ai confini europei; Xi Jinping osserva, pesa, registra, mentre consolida con pazienza le proprie sfere di influenza. Il copione è ormai evidente: il diritto viene calpestato quando intralcia, riesumato quando conviene. I protagonisti, a scena aperta, appaiono contraddittori, quasi surreali. Ma non c’è alcun paradosso. È l’esito coerente di relazioni internazionali fondate sulla forza, non sulle regole.

Dentro questo quadro, una illusione continua a circolare con sorprendente tenacia: che i sovranismi possano allearsi stabilmente. Non è così. I sovranismi non si alleano: si fronteggiano. Possono sospendere il conflitto, negoziare tregue tattiche, spartire spazi temporanei. Ma la loro natura è competitiva, non cooperativa. Riconoscono un solo principio di legittimità: la propria sovranità assoluta. Tutto il resto è strumentale.

Lo scenario che prende forma non è quello di una nuova guerra fredda ordinata, con blocchi riconoscibili e regole implicite. È più fluido, più opaco, più instabile, più pericoloso. I soggetti in campo non sono due, ma tre. Due trattano apertamente, il terzo osserva e accumula vantaggio. Le trattative non riguardano valori, alleanze o modelli politici, ma aree di influenza materiali: petrolio, gaso, terre rare, rotte commerciali, nodi logistici, controllo delle periferie strategiche del mondo. A uno l’Ucraina e l’Europa; all’altro il Venezuela e le Americhe.

È in questo passaggio che si colloca il ruolo dell’Italia, segnato da una sostanziale sudditanza politica e strategica. Il governo guidato da Giorgia Meloni ha scelto di interpretare il rapporto con Washington non come alleanza tra pari, ma come fedele guardiania degli interessi americani nello spazio europeo. La sintonia personale con Trump, rivendicata come valore politico, si traduce in una postura di affidabilità preventiva: non mediazione, non autonomia, ma allineamento. L’Italia si propone come avamposto disciplinato, garante della coesione atlantica, abiurata dal suo tradizionale fautore,  anche quando questa entra in frizione con gli interessi e le priorità europee.

Non è una scelta neutra. In un contesto di sovranismi in competizione, la rinuncia a una propria capacità di iniziativa non rafforza la posizione italiana: la rende ancillare. Il prezzo è una progressiva marginalizzazione nelle dinamiche decisionali continentali e una riduzione della politica estera a funzione di sorveglianza, più che di indirizzo. L’Italia presidia, rassicura, custodisce il gregariato. Negozia in Europa, a favore del soggetto “esterno” all’Europa.

In questo contesto si accetta l’esistente: il diritto internazionale è un repertorio da cui attingere quando serve legittimare un atto di forza già compiuto, o delegittimare quello altrui. Il mare, che per anni è stato spazio neutro della proiezione militare e commerciale, diventa improvvisamente sacro quando una mossa altrui altera un equilibrio momentaneo. Le bandiere cambiano, le qualificazioni giuridiche oscillano, ma la sostanza non muta: chi può, impone; chi non può, subisce.

Il fronte, per questo, è ampio e mobile. Non attraversa solo i confini orientali dell’Europa o le acque dei Caraibi. Passa per le infrastrutture critiche, per le catene di approvvigionamento, per il controllo tecnologico, per il debito, per l’accesso alle risorse. È una guerra di posizionamento permanente, combattuta senza dichiarazioni formali, governata da regimi sempre più personalizzati, in cui la decisione si concentra in tre uomini soli al comando.

Non c’è nulla di imprevedibile in questo processo. C’è, semmai, una coerenza brutale. Quando la forza diventa l’architrave delle relazioni internazionali — all’interno e all’esterno degli Stati — il risultato non è l’ordine, ma una competizione continua, asimmetrica, instabile. Quando i sovranismi si guardano negli occhi, non vedono alleati. Vedono avversari.

 

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Tags: americheeuropamelonipetrolioputintrumpvenezuelaXi Jinping

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