C’è una coerenza interna, cinica, fredda e implacabile, dietro ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Non una sequenza di eccessi, non una degenerazione episodica dell’ordine pubblico, ma l’applicazione progressiva di una dottrina. Ha un nome — Stephen Miller — e un retroterra ideologico e tecnologico che la rende oggi più pericolosa che in passato.
La dottrina Miller parte da un presupposto semplice e radicale: la società democratica è attraversata da nemici interni. Migranti, attivisti, giornalisti, funzionari locali, giudici, amministrazioni ostili. Contro di essi, i diritti non sono più limiti invalicabili ma variabili contingenti; la legalità non è fondamento, bensì intralcio; la forza non è extrema ratio, ma strumento ordinario di governo. L’ordine viene prima della legge, la sicurezza prima della libertà.
Non è propaganda: è un progetto operativo.
A rendere questa dottrina eseguibile è l’innesto con un’altra visione, più silenziosa ma non meno incisiva: quella di Peter Thiel e del suo ecosistema tecnologico, incarnato emblematicamente da Palantir. L’idea di fondo è che la politica non debba più convincere, ma prevedere; non persuadere, ma classificare; non includere, ma selezionare. Popolazioni trasformate in set di dati, conflitti sociali letti come pattern di rischio, dissenso trattato come anomalia da correggere. In questo schema, la sorveglianza non è abuso: è prevenzione. La profilazione non è discriminazione: è efficienza. La repressione non è fallimento: è governance.
È su questa convergenza — ideologica e tecnologica — che si regge la politica di Donald Trump e del mondo MAGA. Un mondo che ha imparato una lezione decisiva: la democrazia non va abbattuta frontalmente; va svuotata dall’interno, spingendola a reagire fino a somigliare al proprio contrario. Creare tensione, esasperare i conflitti, provocare l’eccezione per invocare l’emergenza.
In questo quadro, Minneapolis non è una scelta casuale. È la città di George Floyd, il luogo simbolico della contestazione agli abusi di potere, ed uno dei fortini del partito democratico americano. Portarvi un massiccio dispiegamento federale, scavalcando le autorità locali, significa lanciare un messaggio politico: la sovranità democratica è revocabile. Se l’ordine narrativo è quello dell’“insurrezione”, allora ogni misura straordinaria diventa giustificabile. Anche — ed è qui che la preoccupazione diventa sistemica — l’ipotesi concreta di risoluzioni emergenziali capaci di comprimere, rinviare o delegittimare appuntamenti elettorali cruciali, come le Midterm e, in uno scenario estremo, le presidenziali. Non come decisione esplicita, ma come esito indotto di una crisi permanentemente alimentata.
La domanda, dunque, non è se la dottrina Miller sia formulata. Lo è. La domanda è se sia in esecuzione. Gli indizi indicano che il processo è già avviato: normalizzazione dell’uso della forza federale, delegittimazione preventiva del dissenso, costruzione di un clima di guerra interna, integrazione sempre più stretta tra apparati di sicurezza e infrastrutture tecnologiche private. È una politica che non promette stabilità, ma governabilità autoritaria.
Il riflusso di questa dottrina non si ferma ai confini statunitensi. In Europa, e soprattutto in Italia, trova un terreno fertile già preparato: retoriche securitarie, ossessione per il nemico interno, diffidenza verso le garanzie costituzionali, fascinazione per il decisionismo che “taglia i lacci”, alleanza politica, tattica e strategia del governo Meloni con la Casa Bianca. Non servono copie perfette del modello americano; bastano alleanze culturali, consonanze politiche, legittimazioni reciproche, risorse sottobanco verso i partiti e le fondazioni legate alla destra sovranista. Il risultato è una lenta erosione del perimetro democratico, presentata come realismo, pragmatismo, buon senso.
La dottrina Miller non è perciò un’ombra lontana. È un metodo. E come tutti i metodi, viaggia, si adatta, attecchisce. La sua pericolosità non sta solo in ciò che fa, ma in ciò che rende pensabile:lo stato di necessità. Quando l’emergenza diventa norma e la forza diventa linguaggio politico, la democrazia non crolla: si spegne. In silenzio, magari sorridendo ed irridendo coloro che subiscono l’incubo del fascismo: un’altra furba postura per nascondere la violenza illiberale in arrivo.
(Nella foto l’attimo in cui l’agente dell’ICE sta per sparare, ben otto colpi, contro l’infermiere 37enne Alex Pritti, già disarmato. L’articolo è stato elabortato con il supporto dell’IA per le ricerche)








