Si sta consumando qualcosa di più grave di una polemica politica: la prima feroce e ignobile guerra aperta fra poteri dello Stato nella storia repubblicana (il potere giudiziario si declina attraverso la magistratura). Una guerra che mira a sottrarre terreno a quell’edificio di garanzie, equilibri, libertà, diritti e doveri che definisce una società civile. Non una riforma, ma una pressione sistemica. Non un confronto, ma un logoramento.
Tutto questo avviene perché una parte politica che oggi governa il Paese — quale che sia la sua intenzione dichiarata — aspira alla primazia all’interno di un sistema costituzionale costruito esattamente per impedirla. La Costituzione non distribuisce il potere per privilegiarlo, ma per limitarlo; non per consacrarne uno, ma per bilanciarli tutti. È in questo bilanciamento che si radicano l’uguaglianza dei cittadini e le loro libertà, individuali e collettive.
C’è chi interpreta tanta iattanza, tanta assenza di scrupoli, come una mera espettorazione ideologica: il riflesso condizionato di una cultura illiberale. Qualunque sia l’opinione, la domanda resta legittima, e va posta senza infingimenti: perché un governo dotato di una solida, anzi schiacciante, maggioranza parlamentare — dunque non costretto alla guerriglia quotidiana — con ampia agibilità istituzionale e nel pieno rispetto delle regole dello Stato di diritto, decide di scendere in campo contro un altro potere dello Stato, quello giudiziario?
La risposta è semplice e inquietante: perché la primazia non è la vittoria di una parte sull’altra, ma il crollo del sistema. E quando si tenta di piegare un potere di garanzia, non si rafforza la democrazia: la si svuota. I promotori di questa battaglia lo negano. Assicurano che non è questo l’obiettivo. Rivendicano, anzi, una finalità nobile: spezzare quella che definiscono una comunanza di interessi tra magistratura giudicante e inquirente, presentata come una distorsione che indebolirebbe il cittadino e mortificherebbe la politica, la cui sovranità — ricordano — appartiene al popolo.
È il rovesciamento della realtà.
I dati sono noti, ma vengono sistematicamente rimossi: solo una quota marginale dei magistrati — circa il 2 per cento — cambia funzione tra requirente e giudicante; quasi il 60 per cento dei procedimenti istruiti dai pubblici ministeri si conclude con una assoluzione. Altro che automatismo accusatorio, altro che “blocco monolitico”.
Non entriamo nel tecnicismo della riforma. La questione è ben più profonda e più grave. Qui non è in gioco l’organizzazione della magistratura, ma il rapporto stesso tra potere e diritto. La guerra contro la giustizia — perché di questo si tratta, al di là delle intenzioni dichiarate — mira alla “corona” del regno: alla possibilità per l’esecutivo di sottrarsi ai limiti, ai controlli, alla verifica di legalità.
La strumentalizzazione sistematica delle sentenze, gli strali lanciati contro i magistrati dai vertici istituzionali — dalla Presidente del Consiglio al Vicepresidente — non sono scivoloni comunicativi, ma segnali politici. Indicano una volontà di demolizione progressiva dello Stato di diritto. La separazione delle carriere diventa così non un tassello tecnico, ma il quadro istituzionale entro cui costruire una primazia del governo sugli altri poteri. Il tutto in nome del popolo sovrano, ridotto però a suddito.
L’enfasi ossessiva sugli errori giudiziari nella vigilia referendaria — fisiologici in ogni ordinamento del mondo — rivela la qualità delle armi impiegate in questa battaglia. Si omette sistematicamente che la giustizia disciplinare è già nelle mani del Ministero della Giustizia (assai. Modesto il numero di procedimenti avviati), cioè del governo, e che l’Italia è tra i Paesi più severi nelle sanzioni comminate ai magistrati. Si citano casi, si evocano conflitti, si costruisce una narrazione di ostilità sistemica senza mai entrare nel merito dei fatti, come ha fatto la Premier Meloni nella recente conferenza stampa d’inizio d’anno, rimuovendo un dato essenziale: il giudice ha l’obbligo di pretendere il rispetto della legge. Non è una scelta politica l’assenso o il dissenso, è il suo mestiere. Se questo principio viene capovolto, se l’approvazione diventa adesione al governo e il dissenso opposizione politica, allora non siamo più nello Stato di diritto. Siamo già oltre.
È questa convinzione — di origine chiaramente ideologica — a rivelare la natura profonda e l’evoluzione di questo surreale duello tra poteri dello Stato. Un duello che non rafforza la democrazia, ma la espone. E che, se non viene riconosciuto per ciò che è, rischia di lasciare macerie dove oggi ci sono ancora garanzie.