Non occorre essere iniziati ai misteri della geopolitica per comprendere ciò che è chiaro come la luce del sole: Donald Trump non vuole la sicurezza della Groenlandia, ma le sue risorse. La sicurezza, ammesso che sia in discussione, potrebbe essere garantita domani mattina con ciò che già esiste: una base militare statunitense iperattrezzata e l’ombrello della NATO. Il resto è teatro. O, peggio, ricatto.
Lo schema è antico e collaudato: la minaccia morale serve a mascherare l’interesse predatorio. Così come i missili lanciati contro la Nigeria non avevano lo scopo di proteggere minoranze religiose perseguitate, ma di ricordare – con il linguaggio preferito dagli imperi – chi controlla uno dei sottosuoli petroliferi più ricchi del pianeta. Se davvero si fosse trattato di un’operazione antiterrorismo, sarebbero intervenute le unità speciali, quelle che agiscono nell’ombra, non i missili da crociera, che parlano alle cancellerie e ai mercati, non alle cellule jihadiste.
Lo stesso vale per il Venezuela. Il rapimento del suo presidente, costato decine di morti, non aveva nulla di democratico. Era un’operazione di custodia preventiva delle riserve petrolifere: garantirne la disponibilità, disciplinarne la commercializzazione, sottrarle a un governo considerato ostile. La democrazia, come spesso accade, è stata evocata come un incenso rituale, utile a profumare un’azione che di democratico non aveva nulla. Il regime è rimasto in piedi, dispotico come sempre, ma è disposto a consegnare il sottosuolo.
E poi c’è l’Iran. Davvero esiste qualcuno, in buona fede, che crede nella improvvisa vocazione etica di Trump, pronto a liberare un popolo oppresso da quarantacinque anni di teocrazia? Se così fosse, bisognerebbe spiegare perché questa sollecitudine umanitaria si manifesti solo dove scorre petrolio, e non dove scorrono lacrime senza valore strategico. Tucidide lo aveva già scritto, senza infingimenti: i forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono.
Trump, del resto, non si nasconde. Lascia sotto traccia gli affari di famiglia, sempre presenti, ma senza soverchio imbarazzo, disagio, preoccupazione. Non parla per allusioni, non lascia testamenti morali. Dice apertamente che vuole il petrolio venezuelano e la Groenlandia. E aggiunge, con disarmante franchezza, che se non glieli concedono, se li prenderà. Con le buone o con le cattive. Il fatto che ciò implichi uno scontro con la Danimarca e con l’Europa, membri della stessa Alleanza atlantica, non lo trattiene. L’alleanza vale finché coincide con l’interesse. Quando diverge, diventa carta straccia.E’ nel “sentiment” sovranista, del resto.
L’Ucraina è la cartina di tornasole di questa morale a geometria variabile. Le ultime parole di Trump colpiscono ancora una volta l’aggredito, Volodymyr Zelensky, accusato di non volere la pace, cioè la fine della pioggia di bombe sulle città, ospedali distrutti, bambini deportati, civili massacrati. Non vuole una pace che somiglia alla resa, che concede diviodendi a fussi ed americani, in parti uguali. Dopo quattro anni di resistenza, dopo avere impantanato uno degli eserciti più potenti del mondo, Zelensky sarebbe il guerrafondaio? Non contano nulla gli ucraini che hanno scelto di morire piuttosto che tornare sudditi della “Grande Madre Russia”, della quale conservano una memoria fin troppo concreta?
Di fronte a questo scenario, l’Italia al governo “sceglie la “tutela” trumpiana, è mutacica, fervorosa, privilegia l’affinità ideologica esposta al tradimentoso sovranismo (ognuno per sé); si frantuma in tribù ideologiche: filoisraeliani, filoputiniani, filotrumpiani, spesso intercambiabili. Nel governo, la presidente sostiene l’Ucraina nella misura calibrata dagli USA, mentre il suo vice, Matteo Salvini, spende parole e indulgenze per Vladimir Putin. La Lega frena ogni volta che l’aiuto a Kiev diventa concreto. Nell’opposizione, il Movimento 5 Stelle invoca il disarmo, individuando nell’Europa il colpevole principale. Posizioni che, se lette senza ipocrisia, potrebbero essere sottoscritte a occhi chiusi dal Cremlino. Assolvere pubblicamente l’invasore non è possibile. Affiancarlo, però, è più sottile: basta sfiancare chi resiste, logorarlo nel nome di un pacifismo che non chiede mai nulla all’aggressore e tutto all’aggredito, nell’invocare i costi dell’aiuto a danno dei bisogni nazionali. È il pacifismo come alibi, la neutralità come complicità. Come ammoniva Albert Camus, chi si astiene nel momento decisivo, sceglie già da che parte sta








