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Attrazione fatale, a quale prezzo?  Il Cattivo attrae senza sedurre?  Il caso Trump-Meloni

18/03/2026
in Articoli
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Perché il Bullo, il Cattivo, il Violento, l’Ignorante, l’Inaffidabile, colui che somma tutti i caratteri dispregiativi in un unico personaggio, come fosse creato da una Intelligenza perversa, riesce a suscitare attrazione, politica e non politica, come in Italia? Che cosa ripaga di un investimento così rischioso, ingestibile, doloroso?  Ci vuole del fegato a stare al seguito di un Cattivo-violento che pretende il Nobel della Pace e fa guerra a sette Paesi e manda al macero ben 66 organismi internazionali e nazionali in un anno

Sono domande che tanti si fanno da tempo. Non sono suscitate, per quanto mi riguarda, dalla diversità politica, o almeno non prevalentemente da essa. il bullo che diventa leader, il violento che si fa garante dell’ordine, l’ignorante che rivendica autenticità, l’inaffidabile che promette decisione, nega la realtà e la verità, e trasforma la guerra iin videogame senza pietà per le vittime, non è un’anomalia: intercetta una domanda profonda, spesso inconfessata, che riguarda tanto la psicologia individuale quanto il calcolo politico.

L’attrazione nasce in un contesto ambiguo e complesso, quasi incomprensibile, che induce insicurezza e inquietudine, suscitando perciò il bisogno di confidare in chi ci consegna una realtà ed una verità precostituita  con forza e senza dubbi di sorta. Il “Cattivo” dominante ha uno sguardo elementare: amici/nemici, ordine/caos, forza/debolezza. Non discute, decide; non si fa impigliare nei vincoli – istituzionali, morali, procedurali, percepiti come intralci.

Il tratto “disumano” del Cattivo – ignoranza, rozzezza, volgarità – viene visto come autenticità. Non sapere diventa “non essere corrotto”; on filtrare diventa “dire ciò che gli altri non osano”. Il linguaggio aggressivo, anziché allontanare, certifica una presunta indipendenza dalle élite e dalle convenzioni. Il leader non è stimato nonostante i suoi difetti, ma attraverso di essi.

Il Cattivo non ha paura ed è in grado di gestirla, amplifica il pericolo (reale o costruito) e offre protezione, così diventa necessario. La sua forza non è solo l’intimidazione diretta, ma la capacità di occupare l’immaginario del rischio. Chi lo segue non cerca tuttavia solo sicurezza, ma anche: qualcuno cui delegare una violenza, che egli stesso non può o non vuole praticare.

Sul piano strettamente politico, l’attrazione è ancora più concreta. Il “Cattivo” è percepito come efficace. Non perché sia competente, ma perché appare disposto a fare ciò che altri non fanno: forzare regole, comprimere opposizioni, accelerare processi. Per chi investe su di lui – élite politiche, economiche, apparati – il calcolo è freddo: prevedibilità nella direzione “giusta”, capacità di imporre decisioni, disponibilità a scambiare protezione con lealtà. È un alleato ad alto rischio, ma ad alto rendimento.

L’instabilità che genera è il prezzo di una possibile rendita: più rapidità, più margine per operazioni che in un contesto ordinario incontrerebbero resistenze. Il successo del Cattivo produce imitazione, inevitabilmente. Egli radicalizza, le soglie di accettabilità si spostano. Basterà il freno a mano? Non è necessario condividerne integralmente il progetto per subirne l’influenza? L’investimento politico (e morale) consente una forma di partecipazione indiretta al potere. Si aderisce a chi appare dominante per sottrarsi alla propria marginalità. Stare dalla parte di chi vince, o sembra vincere, è stata da sempre la scelta più promettente, che offre appartenenza all’area politica che il Violento domina.

Chi aderisce accetta – e in parte condivide – tolleranza per la spregiudicatezza, indifferenza verso i vincoli, disponibilità a subordinare regole e diritti agli scopi del Cattivo-violento. Per rendere la scelta accettabile anche al popolo politico che rappresenta il leader è obbligato a trovare, inventare, segnalare qualità premiabili. In definitiva, chi sceglie il Cattivo-violento non ne è sedotto e magari crede di potere tracciare un perimetro di indipendenza, derubricando l’arbitrio che egli esercita in una gestibile condizione caratteriale.

L’attrazione, dunque, non è un mistero morale. È un fatto funzionale, che misura il livello di spregiudicatezze cui si può pervenire per conquistare o mantenere il Potere. E, proprio per questo, la seduzione… affatto seducente verso il Cattivo, è ricorrente, ma non sempre premiante.

 

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Tags: attrazione faataledominantemarginalitàmelonitolleranzatrump

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