Donald Trump ha minacciato l’Apocalisse per poter poi vendere come successo una tregua che non è né vittoria né sconfitta, ma sospensione armata. Ha evocato la morte di “un’intera civiltà”, fissato ultimatum, alzato il volume della distruzione possibile e, alla fine, ha accettato una tregua di due settimane mediata dal Pakistan, condizionata alla riapertura di Hormuz, e influenzata dai cinesi. Non è la pace del vincitore. È la ritirata verbale di chi aveva promesso l’annientamento e si accontenta di congelare il disastro per il dissenso montante in patria.
L’Iran ha mostrato che l’arma decisiva non è quella atomica, ma quella geopolitica. La bomba nucleare incute terrore, ma lo stretto di Hormuz governa il mondo. L’atomica annienta; Hormuz disciplina, ricatta, riallinea mercati, governi, diplomazie, flotte. Potere e dominio. Per settimane il pianeta ha tremato non tanto per il fungo finale, quanto per il tappo energetico imposto su una delle arterie vitali del commercio globale. Per questo la tregua non nasce da una superiorità strategica americana, ma dalla constatazione che Teheran, pur colpita, conserva la leva che conta davvero.
Trump ha dunque scoperto, in ritardo e con la brutalità che gli è propria, che la guerra moderna non si misura solo in crateri, ma in strozzature. E che l’Iran, anche senza vincere, può impedire agli Stati Uniti e a Israele di vincere davvero. Da qui il carattere assurdo del conflitto: una guerra lanciata in nome della forza e chiusa in nome della vulnerabilità. Il presidente americano ha parlato come se potesse rifare il Medio Oriente a colpi di minaccia; ne esce invece con una tregua fragile ed ostile, dipendente da mediatori esterni, da Islamabad ad Ankara, e sotto la pressione di attori come la Cina, che ha insistito per il cessate il fuoco e per la sicurezza della navigazione, pilotando Islamabad.
Israele ha accettato il cessate il fuoco sul fronte iraniano, ma ha immediatamente chiarito che il Libano non rientra nello schema e la tregua non ferma il suo conflitto; e infatti Beirut è stata colpita con la più vasta ondata di raid dall’inizio della nuova guerra, con decine di morti e centinaia di feriti. È il segno di una divaricazione ormai visibile. Washington ha bisogno di congelare il fronte che le costa troppo; Netanyahu ha bisogno di moltiplicare i fronti per non ammettere che la guerra contro l’Iran non ha prodotto il risultato promesso.
C’è poi un elemento che gli apologeti della “forza” fingono di non vedere: i Pasdaran escono da questo passaggio con una legittimazione interna accresciuta. Quando una potenza esterna minaccia di spazzare via una civiltà, perfino la dissidenza viene risucchiata nel riflesso difensivo nazionale. La rivolta popolare annunciata da chi immaginava un collasso del regime non si è materializzata; al contrario, l’aggressione esterna ha compattato ciò che voleva spezzare. È il più antico degli errori imperiali: confondere il malcontento con la disponibilità al cambio di regime pilotato dall’esterno. Reuters ha documentato, inoltre, come perfino i curdi, pure ostili a Teheran, siano rimasti ai margini per i segnali contraddittori di Washington e per la pressione militare iraniana.
Il risultato, allora, è netto. Trump non ha mostrato l’efficacia della minaccia assoluta; ne ha mostrato il limite. La sua guerra pretendeva di essere definitiva, come la precedente dei dodici giorni che avrebbe obliterato il nucleare iraniano ed è finita per certificare sia la menzogna che gli effetti del conflitto. L’Iran resta in piedi, Hormuz resta la sua leva, Netanyahu continua per conto proprio, il Libano brucia, e la tregua è solo il nome diplomatico dato a una partita rinviata. Dov’era la pace promessa? Dov’era il “Board of Peace”, la grande messinscena salvifica? Come sempre, la propaganda si dissolve davanti alle macerie.








