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Le guerre di Trump e tutti gli effetti negativi per l’Europa e per l’Italia

09/04/2026
in Articoli
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Per l’Europa questa contro l’Iran – la tregua viene bombardata da Nethanyahu in Libano – non è stata una guerra lontana. E’ bastato poco, la prevedibilissima crisi nello stretto di Hormuz , perché l’Europa si ritrovi esposto sul prezzo dell’energia, sulla logistica marittima, sull’inflazione, sulla crescita. La tregua annunciata il 7-8 aprile aveva fatto respirare i mercati: il Brent era sceso bruscamente sotto i 100 dollari, le Borse europee avevano festeggiato, lo STOXX 600 segnato il miglior balzo in un anno. Ma proprio questo sollievo segnalava la fragilità strutturale europea: se un tweet di tregua basta a far esplodere il rimbalzo, vuol dire che il sistema era appeso a una decisione controllata da altri.

La crisi energetica innescata dalla guerra con l’Iran è stata descritta dall’Agenzia internazionale dell’energia come una delle più gravi della storia recente; IEA, FMI e Banca Mondiale si riuniranno proprio per gestirne gli effetti. La Banca Mondiale ha già rivisto al ribasso le prospettive per l’Europa e l’Asia centrale: crescita più bassa, conti pubblici più sotto pressione, rincari energetici che colpiscono soprattutto i paesi importatori netti. L’Europa, che ama definirsi potenza normativa, si è scoperta ancora una volta potenza passiva: regola molto, decide poco, subisce moltissimo.

L’Italia, dentro questo quadro, è più esposta di altri per una ragione semplice: combina dipendenza energetica, debolezza industriale e ambiguità politica. Reuters riferisce che il blocco di Hormuz ha inciso pesantemente sulle forniture di petrolio e gas verso l’Europa e “soprattutto l’Italia”. Non stupisce, allora, che nel dibattito italiano sia riaffiorata perfino la tentazione di riaprire il dossier russo. È il riflesso di un paese che non controlla le rotte, non detta la linea e, quando la crisi si aggrava, torna a guardare al vecchio fornitore ingombrante dal quale aveva giurato di emanciparsi.

Ma il costo non è soltanto economico. È politico. Il governo italiano si muove sul filo: prende le distanze senza prenderle, cerca di non urtare Washington, ma avverte il rischio di pagare internamente una subordinazione troppo visibile. La scelta di non inviare navi a Hormuz senza mandato ONU e il rifiuto, riportato da Reuters, di concedere Sigonella per operazioni americane in Medio Oriente indicano che Roma prova a delimitare il danno, non a contestare la linea. È un gioco di prestigio: mostrarsi alleati senza sembrare complici, prudenti senza apparire vassalli, atlantici senza farsi trascinare dentro un’avventura altrui.

Il problema è che questo equilibrio non regge a lungo. Se la tregua resta ostile, se Netanyahu continua a bombardare il Libano fuori dal perimetro dell’intesa, se Hormuz resta una leva iraniana pronta a richiudersi, l’Europa non avrà solo bollette più alte e crescita più bassa: avrà una crisi di sovranità. Dipenderà insieme dalla protezione americana, dalla moderazione iraniana, dalla mediazione pakistana, dalla pressione cinese e dalle decisioni di Israele. Troppi padroni per potersi dire autonoma.

Per l’Italia il rischio è persino più umiliante. Perché Roma non può permettersi né la rottura con Trump né l’identificazione con la sua guerra assurda. Deve fingere una centralità che non ha, una influenza che non esercita, una autonomia che non possiede ancora. Da qui la postura contorta di queste ore: il governo parla basso, si smarca di lato, invoca il diritto internazionale quando serve, ma evita accuratamente di chiamare per nome la radice del problema, cioè l’uso privato, impulsivo e devastante della potenza americana. È la diplomazia del funambolo: nessun passo falso, nessuna verità intera.

Eppure la verità, intera, è questa: Trump ha mostrato all’Europa quanto sia costoso dipendere dalla sua imprevedibilità; e all’Italia quanto sia pericoloso governare stando a metà tra fedeltà e paura. La tregua non chiude il conflitto. Sospende soltanto il conto. E quel conto, per l’Europa e soprattutto per l’Italia, arriverà in forma di energia più cara, crescita più debole, margini politici più stretti e un governo costretto ogni giorno a negare la propria subalternità senza riuscire davvero a smentirla.

 

 

 

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Tags: europafunamboloHormuzisraelelibanomedio orientepakistanapetrolioSTOXX 600subalternitàtreguatrump

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