L’universalità della Chiesa di Roma è, in sé, la più netta smentita del sovranismo. Lo è prima ancora di ogni discussione politica, culturale o sociale. Dove il sovranismo restringe il campo, delimita appartenenze, separa il “nostro” da ciò che viene percepito come estraneo, la Chiesa universale afferma un principio opposto: nessuna comunità, nessuna nazione, nessun interesse identitario può esaurire la misura dell’umano.
La dottrina Maga, nelle sue molte versioni nazionali, vive invece di questo: del primato del recinto, della fedeltà al proprio campo, della diffidenza verso l’esterno, del diritto del più vicino a prevalere sul più giusto. Nel Sud Italia questa disposizione morale è condensata da un vecchio detto: difendi il tuo nella buona e nella cattiva ragione. È una formula arcaica, ma ancora attiva. Ed è l’esatto contrario dell’universalismo cattolico.
Stupisce che si possa contestare un Papa che invoca pace e giustizia sul terreno religioso, teologico e magistrale accusandolo di partigianeria, o addirittura di indulgenza verso i crimini dell’Iran e verso la minaccia nucleare. Una simile accusa può nascere soltanto dall’ignoranza, o dalla rimozione interessata, delle più elementari nozioni della pedagogia cristiana e della cultura cattolica quale emerge dal Vangelo. Il Papa non è il cappellano dell’Occidente, né il portavoce di uno schieramento geopolitico. Non assolve un campo e non scomunica l’altro per appartenenza. Giudica tutti secondo un criterio che precede la forza, l’interesse e la propaganda. Proprio qui sta la sua distanza dai sovranismi: il suo sguardo non coincide con quello della tribù.
Chi esibisce obbedienza alla Chiesa di Roma, come Giorgia Meloni, può aderire senza contraddizione alla dottrina sovranista, in politica interna come nelle relazioni internazionali, e insieme dirsi fedele al credo religioso e civile cui richiama la propria identità? Non si può svuotare il cattolicesimo del suo nucleo universale farne meroa ornamento della politica identitaria.
La doppia opzione è insostenibile. Si può usare il cristianesimo come linguaggio della appartenenza, come insegna civile del “noi”, come copertura morale di una politica selettiva e diffidente. Ma in quel momento il cristianesimo cessa di essere giudizio sul potere e diventa strumento del potere. Resta l’involucro, si perde il principio. E il principio è tutto qui: la Chiesa universale non benedice il recinto. Il sovranismo può servirsi della religione, ma non può davvero abitarla senza tradirla.








