Donald Trump si è impantanato nella palude iraniana, una mezza sconfitta della più grande potenza del mondo per mera e semplice ignoranza. Non sapeva con chi aveva a che fare, perché non ha mai letto un libro di storia, nemmeno alle elementari. E’ un sugello difficile da digerire, ma ineludibile. Sembra essere stato elaborato da una comunicazione intelligente a favore dell’istruzione.
Donald Trump si è impantanato nella palude iraniana non per eccesso di audacia, ma per difetto di conoscenza. È questa la nota più umiliante, e forse la più istruttiva, della vicenda: la più grande potenza del mondo esposta a una mezza sconfitta non da una superiorità militare altrui, non da un imprevisto della storia, ma da una forma elementare di ignoranza. Ignoranza del Paese, della sua memoria, della sua teologia politica, della sua pazienza strategica; ignoranza, in fondo, del fatto che l’Iran non è un fondale da comizio né un bersaglio da slogan.
Quando il potere cade nelle mani di chi non studia, la storia presenta il conto con feroce puntualità. Trump ha trattato Teheran come un avversario qualsiasi, riducendo una civiltà millenaria, ferita, ideologica e armata di tempo lungo, a un episodio della propria recita muscolare. Ha scambiato la complessità per debolezza, la prudenza per paura, la stratificazione per opacità. È l’errore tipico dell’ignorante vittorioso: credere che il mondo sia semplice solo perché lui non è in grado di capirlo.
Questa vicenda sembra escogitata da una intelligenza superiore in difesa dell’istruzione, come una parabola severa consegnata al nostro tempo. Studiare, leggere, conoscere la storia serve. Non per diventare migliori, ma per evitare il ridicolo tragico di chi pretende di guidare il mondo senza sapere dove mette i piedi. L’analfabetismo strategico, quando si installa al vertice di un impero, diventa disordine globale.
In questa cornice, Trump appare per ciò che è: non il dominatore del caos, ma il suo più appariscente strumento. La potenza senza memoria diventa cecità. L’uomo che credeva di piegare la storia, vi è entrato da ignorante, rimanendone impigliato.
C’è un altro versante su cui riflettere, non meno rilevante. Trump non si è irritato quando è stato definito “un balordo, un maschilista, un bandito, un ladro, un pazzo scriteriato”, avverte Massimo Gramellini sul Corriere della Sera…, poi arriva questo giornalista del Wall Street Journal, che rivela che gli iraniani—abituati a negoziare col nemico dai tempi delle Guerre Persiane — lo prendono per i fondelli e Trump finalmente si sente toccato sul vivo. «Babbeo a me? Ma se li ho ridotti in macerie!». Ed è significativo, ne deduce Gramellini a maggior conforto, “che la distruzione sistematica di cose e persone gli appaia come la prova migliore della sua astuzia.”







