La Russia di Putin disegna un inedito recinto politico, talvolta una militanza trasversale in Italia. Esso supera e si sovrappone ad ogni separazione tradizionale: fra falchi e colombe, atlantismo o sovranismo, maggioranza e opposizione, governo e parlamento, sinistra e destra, euroscetticismo e europeismo.
La voliera dei falchi ospita esemplari sorprendenti. Giorgia Meloni è stata attratta dal fascino indiscreto di Vladimir fino alla vigilia del suo ingresso a Palazzo Chigi. Matteo Salvini ha fatto delle tournée in Europa con la maglietta di Vladimir sul petto (meglio Vladimir che Mattarella…): eredita il fascino indiscreto che l’est Europa ha esercitato sulla Lega fin dai tempi di Umberto Bossi.
Tra i “compagni” comunisti italiani c’è uno zoccolo duro filo putiniano, guai ai chi tocca l’ex Unione Sovietica, la patria dei proletari rivoluzionari. Misteriosa, sotto tanti aspetti, l’attenzione che il M5S dedica alle ragioni del Cremlino, a scapito degli ucraini invasi e bombardati anche nelle feste comandate da quasi quattro anni: Vladimir è più amato di Zelensky, il vecchio amore più della resistenza alla superpotenza aggressiva e bellicosa.
Al tempo del terribile Covid, il governo a guida stellata chiamò una brigata russa in Italia, la meno ingegnosa a giudicare del basso livello della ricerca vaccinale di Mosca. Se dovessimo usare l’incredibile agitatore planetario, Donald Trump, come misura e cartina di tornasole, dovremmo inseguire il business. Ma a parte la Lega, che qualche guaio mediatico l’ha rimediato senza danni, non c’è la pistola fumante, né terre rare a spiegare l’attrazione fatale.
Quel che sappiamo è che il Cremlino ha una speciale devozione verso il nostro Paese, specie dalla nascita della Repubblica, quando la resistenza prima e la forte militanza nel Pci fece dell’Italia il paese più comunista dell’Europa occidentale. Lo stigma è rimasto, eccome.
L’episodio più recente ha destato impressione: il Vice Presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Salvini, è stato il più tiepido nella difesa della Premier – offesa, umiliata e insultata con epiteti ignobili dalla televisione pubblica russa. Hanno fatto meglio i leaders dell’opposizione. La Premier non si è lagnata più di tanto: lei fa l’europeista a giorni alterni, e si tiene stretto Zelensky, mentre il suo vice, Salvini, insulta i leader europei (cretini, in malafede…), reclama il gas russo ogni santo giorno e alza le barricate, a beneficio del popolo sovrano, ogni volta che si dà una mano agli ucraini per difendersi.
Negli ultimi due anni l’Italia ha subito 4000 attacchi cyber provenienti dalla Russia. A parte l’ineffabile Ministro della Difesa, Crosetto, che parla alla luna nelle notti insonni, difendendo la causa dell’Italia debole e indifesa, i sabotaggi russi sottobanco non suscitano reazioni.
C’è una lunga storia dietro questa appartenenza trasversale, per esempio l’atto costitutivo di una federazione fra i due partiti, quello russo di Putin e la Lega di Salvini. La Lega si trova in buona compagnia. Il M5S di Conte sia a Roma quanto a Strasburgo, nelle aule parlamentari, non si è mai messo dalla parte della resistenza ucraina.
L’opposizione parlamentare è disunita a causa della posizione del M5S nella politica estera, l’invasione russa in Ucraina e l’aiuto italiano agli aggrediti, con un costo di immagine rilevante. Un ruolo coerente alle ragioni russe si registra nel giornale di riferimento del M5S, Il Fatto Quotidiano, con le posizioni antieuropeiste del suo direttore, Marco Travaglio, per il quale l’Ucraina ( e quelli che la aiutano) avrebbero dovuto rinunciare a difendersi per la manifesta potenza dell’aggressore. Se sai che non puoi vincere, perché combatti? Gli ucraini non la pensano come Travaglio, altrimenti non si sarebbero fatti ammazzare per quattro anni. Forse perché hanno subito così duramente e a lungo la sudditanza russa da mettere in gioco la loro vita.
I toni antieuropeisti della Lega e di Travaglio, sono molto severi, mentre quelli del leader stellato Conte più sfumati e si servono di vocazioni pacifiste, come disarmo e pace per esercitare un antieuropeismo negligente verso l’Europa, oggi unica opzione per non finire nelle grinfie degli autocrati.
In questo recinto traversale italico bisogna annoverare, come accennavamo prima, anche una fascia nella sinistra post comunista, interna al PD. Per comprendere questa torsione all’indietro ci si deve arrampicare sugli specchi, tenere conto del mito sovietico, la patria del comunismo. Che abbia a che fare Gorbaciov o Stalin e l’ideologia comunista con Putin, autocrate illiberale e protettore di oligarchi, non si capisce.
I filorussi italiani sono generalmente anti-UE e, senza averne coscienza, filotrumpiani. L’antieuropeismo, comunque si declini, fa gli interessi della Russia di Putin, che ha nel Presidente degli Stati Uniti, Trump, un alleato resiliente.
La trasversalità si nutre di una inedita alleanza, meglio definirlo comparaggio ormai consolidato fra due dei tre sovrani del pianeta, Trump e Putin, Xi Jinping.
Sparigliare per i due compari è più facile che aggregare. La Russia non pretende dai suoi followers che si espongano più di tanto. Basta tenere in piedi la camicia di forza – l’unanimità e il veto fra i 27 dell’UE – e il doppio standard insomma (una cosa è Putin, un’altra Netanyahu/Trump). Indulgenza? Il sovranismo per conto terzi (a beneficio di Trump e Putin) è un risultato notevole in un mondo polarizzato e conflittuale, come il nostro.
Eppure per scoprire le carte basterebbe ricondurre la questione ad alcuni principi elementari su cui convergere, come il rispetto del diritto internazionale, il riconoscimento degli organismi sovranazionali. In definitiva, chi usa le bombe e i soldati per avere ragione dei vicini di casa (o dei produttori di petrolio…), non è nostro amico. Sempre e comunque.







