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Clamoroso, i decreti sicurezza producono insicurezza, sondaggio Ghisleri

28/04/2026
in Articoli
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Più decreti sicurezza, siamo al quinto, producono una maggiore percezione di insicurezza. E’ il cane che si morde la coda. L’insicurezza si autoavvera: produce paura, la paura, a sua volta, produce altra insicurezza. È un circuito chiuso, una macchina che si alimenta da sé, un congegno politico perfetto finché funziona. Poi, a un certo punto, si inceppa. E quando si inceppa, restituisce a chi l’ha costruito l’immagine più sgradevole: quella di un potere che ha promesso protezione e ha consegnato inquietudine.

Dopo cinque decreti sicurezza, dopo anni di retorica del pugno duro, dopo l’esibizione quotidiana della fermezza, il dato del sondaggio Ghisleri è più che un numero: il 52 per cento degli italiani si sente insicuro. Non è soltanto una percezione sociale. È una sentenza politica. Se, dopo tanto muscolo, più di un italiano su due continua ad avere paura, il problema non è la quantità di severità annunciata. È la qualità della risposta pubblica.

Il governo  di centrodestra ha costruito una parte importante del proprio consenso su una promessa elementare: vi difenderemo. Difenderemo le case, le strade, i confini, le città, le donne, gli anziani, i quartieri. Da chi? Dai delinquenti. E chi sono i delinquenti? Gli stranieri, i clandestini, gli immigrati, gli invasori. E i violenti nelle proteste antigovernative. Il nemico ha un volto riconoscibile: povero, marginale, preferibilmente scuro. La paura può essere orientata. E le parole  utili sono poche: semplici, immediate, brutali: ordine, controllo, espulsioni, pene più dure, tolleranza zero. Non era un sentimento da comprendere, ma una materia prima da governare.

Ora quella materia prima sembra rivoltarsi contro chi l’ha maneggiata troppo a lungo. Perché la paura è utile al potere solo se resta sotto controllo. Se cresce oltre misura, se invade l’intera scena, non accredita più il protettore: lo smentisce. Il cittadino spaventato può votare una volta per chi promette il manganello, la seconda per chi promette il carcere, la terza per chi promette l’esercito nelle strade. Ma alla quarta comincia a chiedersi perché, dopo tanti proclami, continui ad avere paura, a sentirsi insicuro.

È qui che il dispositivo si trasforma in boomerang. La sicurezza usata come spettacolo, con i suoi fantasmi, vampiri,  non cura l’insicurezza: la moltiplica. Ogni decreto annuncia un’emergenza, ogni emergenza conferma che il Paese è fuori controllo, ogni conferma chiede un nuovo decreto. La politica non spegne l’incendio; lo descrive, lo alimenta, poi si candida a fare da pompiere. Ma un pompiere che ogni giorno annuncia fiamme finisce per essere giudicato. Non sulle sirene, bensì sulle ceneri.

Il punto decisivo è che la sicurezza reale non coincide quasi mai con la sicurezza raccontata. Si muore nei cantieri, sulle strade, nelle liste d’attesa che trasformano una diagnosi tardiva in una condanna, nelle scuole fragili, nei territori dissestati, nei luoghi di lavoro dove il rischio è considerato un costo sopportabile. Lì c’è insicurezza vera, misurabile, quotidiana. Ma è meno utile alla propaganda, perché non offre un colpevole comodo. Non basta indicare un ragazzo nordafricano alla stazione come presunto colpevole. Servono controlli, investimenti, prevenzione, organici, sanità pubblica, trasporti, manutenzione, ispettorati, responsabilità d’impresa, amministrazione ordinaria. Cioè serve governo.

La paura del furto, dell’aggressione, del degrado urbano è reale e non va liquidata con sufficienza. Sarebbe un errore, non solo politico. Ma una classe dirigente seria distingue tra paura e realtà, tra percezione e statistica, tra allarme e rischio. Non umilia chi ha paura, ma nemmeno gli vende una soluzione falsa. Il pugno duro può dare una sensazione istantanea di comando; non costruisce sicurezza se intorno restano abbandono, povertà, disordine amministrativo, servizi che arretrano, solitudine sociale.

Il modello americano, spesso evocato come fantasia d’ordine, mostra il destino estremo di questa logica. Quando la sicurezza diventa merce, chi può compra protezione e chi non può resta esposto. Quartieri sorvegliati, vigilanza privata, comunità recintate, scuole blindate, guardie armate, assicurazioni, dispositivi, app, telecamere: non è la cura della paura, è la sua privatizzazione. Il ricco si barrica, il povero viene sorvegliato, il ceto medio paga per sentirsi meno vulnerabile. Ma l’insicurezza resta, anzi cresce, perché ciascuno vede nell’altro una minaccia potenziale.

Per questo il dato sull’insicurezza può aprire una crepa politica. Non perché gli italiani siano diventati improvvisamente indulgenti verso il crimine. Ma perché potrebbero cominciare a misurare la distanza tra la promessa e il risultato. Dopo cinque decreti, la domanda non è più: quanto siete duri? La domanda diventa: perché non ci sentiamo più sicuri?

È un problema per chi ha fondato la propria identità sulla protezione. Il protettore ha l’onere di convincere il cittadino che senza di lui andrebbe molto male. Ma se il cittadino continua ad avere paura, la rendita si consuma. Più che un garante, il governo diventa l’amministratore dell’ansia collettiva.

La paura può portare voti, ma può anche portarli via. Dipende dal momento in cui l’elettore smette di cercare un colpevole e comincia a cercare un responsabile. Il decreto non basta più.

 

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Tags: ansiaboomerangdecretieffettoinsicurezzapaurasicurezza

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