“La nostra patria è una e indivisibile. Poi sono arrivati i patrioti” La battuta è di Elle Kappa, vignettista insigne, funziona perché non forza la realtà: la fotografa. L’Italia solenne dell’articolo costituzionale, quella che dovrebbe tenere insieme territori, diritti, doveri, scuole, ospedali, periferie e cittadini, viene quotidianamente scomposta proprio da chi ne rivendica con più enfasi il possesso morale. Più i “patrioti” gridano “patria”, più la dividono. Più invocano l’unità nazionale, più la trasformano in un condominio litigioso, dove ciascuno chiude il pianerottolo, marca il confine, sospetta del vicino e chiama tutto questo identità.
È il paradosso del sovranismo: nasce per difendere il sovrano, ma finisce per moltiplicare i sovrani. Ogni comunità reclama il proprio recinto, ogni territorio la propria precedenza, ogni paura il proprio decreto. Come scrive Massimo Gramellini sul Corrieere della Sera, i sovranisti sovraneggiano anche a danno degli altri sovranisti. Una gara a chi chiude prima la porta. Solo che, a forza di chiuderle tutte, si scopre che nessuno entra e nessuno esce.
In questa geometria la sicurezza diventa la parola magica. Non più una funzione pubblica, concreta, misurabile, sottoposta a controllo democratico; ma un emblema, un manganello semantico, una bandiera da sventolare davanti all’elettore inquieto. Gianrico Carofiglio coglie il punto su La Repubblica: la sicurezza viene sequestrata, manipolata, manomessa, sottratta a un serio controllo pubblico e brandita dalla destra come arma retorica capace di produrre consenso attraverso la paura.
La sicurezza, così, smette di essere una politica e diventa una scenografia. Non importa più se funzioni. Importa che si percepisca. Non importa ridurre davvero i rischi, prevenire i reati, rafforzare i presìdi sociali, illuminare le periferie, sostenere la scuola, curare il disagio, intervenire sui luoghi dove la vita si spezza ogni giorno: cantieri, strade, ospedali, case di cura, solitudini urbane. Importa mostrare il pugno duro. Meglio se agitato davanti a un nemico riconoscibile.
Il nemico deve avere un volto semplice, possibilmente scuro, povero, estraneo, disordinato. Deve stare fuori dal “noi”, perché il “noi” ha bisogno di sentirsi innocente. La paura, per funzionare, pretende un colpevole visibile. Non sopporta le cause complesse, le statistiche, le responsabilità amministrative, le omissioni di bilancio, le catene degli appalti, le carenze del sistema sanitario, l’abbandono delle scuole, il lavoro nero, la precarietà. Tutte cose poco televisive e poco social. Molto più comodo il delinquente da manifesto.
Si recita fermezza mentre si indeboliscono gli strumenti che rendono una società davvero meno fragile. Si promette protezione mentre si alimenta insicurezza. Si dice al cittadino: hai paura, dunque hai ragione; dunque devi affidarti a chi ti promette più paura organizzata. È un circuito perfetto. Produce allarme, poi vende rassicurazione. Incendia il fienile, poi si presenta con il secchio d’acqua.
Ma qui comincia il guaio politico. La paura è un combustibile potente, non un’energia rinnovabile. All’inizio mobilita, compatta, premia chi promette ordine. Alla lunga consuma chi la usa. Perché il cittadino impaurito può anche votare chi gli indica un colpevole, ma prima o poi chiede conto della promessa. Se dopo cinque decreti sicurezza si sente ancora insicuro, il problema non può essere sempre il sesto decreto che manca. A un certo punto la liturgia muscolare mostra la sua impotenza.
La destra ha costruito una parte rilevante del proprio consenso sulla promessa elementare: noi vi difenderemo. Ma difendere non significa soltanto punire. Significa prevenire, amministrare, presidiare, conoscere i territori, distinguere tra percezione e pericolo, tra ordine pubblico e giustizia sociale, tra propaganda e governo. Significa anche dire che la sicurezza non appartiene a una parte politica, perché è un bene costituzionale, non un marchio elettorale.
Qui si misura la differenza fra Stato e tribù. Lo Stato protegge tutti, anche chi non vota per il governo. La tribù protegge i suoi e minaccia gli altri. Lo Stato costruisce fiducia; la tribù coltiva diffidenza. Lo Stato riconosce la complessità; la tribù la liquida come cedimento. Lo Stato ha bisogno di istituzioni; la tribù di nemici.
I patrioti sovranisti, invece, sembrano avere nostalgia di una patria ridotta a cortile. La chiamano nazione, ma la pensano come proprietà privata. La invocano indivisibile, ma la spezzano in categorie morali: italiani veri e italiani sospetti, cittadini da proteggere e cittadini da sorvegliare, periferie da visitare in campagna elettorale e periferie da abbandonare il giorno dopo.
L’ironia, in questa vicenda, è amara ma inevitabile: i patrioti sono riusciti a rendere la patria più piccola. Non l’hanno difesa; l’hanno ristretta. Non l’hanno unita; l’hanno recintata. Non l’hanno resa più sicura; l’hanno resa più nervosa e divisiva. Le istituzioni che la rappresentano, come il governo, hanno instaurato una consuetudine – parlano agli elettori di riferimento invece che a tutto il popolo, come dovrebbero – dividendo gli italiani, di fatto, in buoni e cattivi, amici e nemici. trumpismo italico, insomma. Una disdetta.








