Nel caso Minetti il convitato di pietra non è Nicole Minetti, non è Sergio Mattarella, non è Marco Travaglio. È il pregiudizio. Parola infame, da pronunciare con cautela, perché appena entra in scena porta con sé il sospetto della sentenza già scritta, dell’avversione preventiva, della giustizia amministrata con il sopracciglio o il privilegia. E tuttavia, in questa vicenda, il pregiudizio non si lascia liquidare come un vizio della mente. Si presenta, più ambiguamente, come un imperativo occulto: pericoloso se comanda, utile se costringe a guardare meglio.
La grazia concessa a Nicole Minetti, secondo le ricostruzioni emerse in questi giorni, nasce da una ragione umanitaria: la necessità di assistere un figlio adottivo con problemi di salute. Il provvedimento è stato firmato da Sergio Mattarella nel febbraio 2026; la notizia è poi emersa pubblicamente e, dopo gli articoli del Fatto Quotidiano, il Quirinale ha chiesto al ministero della Giustizia verifiche urgenti sulla possibile falsità di alcuni elementi contenuti nella domanda di clemenza. La Procura generale di Milano ha di conseguenza avviato accertamenti, anche tramite canali internazionali, sulle circostanze dell’adozione e sulle condizioni sanitarie del minore.
Mattarella, subendo il suo legittimo giudizio-pregiudizio morale, avrebbe potuto vedere in Nicole Minetti soltanto l’icona di una stagione politica, estetica e civile lontanissima dalla sua biografia istituzionale. Se si fosse fermato lì, avrebbe deciso contro una persona, non su una persona. Avrebbe trasformato una figura pubblica in un destino giudiziario. Davanti a una donna condannata, ma anche davanti a un bambino malato, il Presidente sceglie di non far pagare al minore il prezzo simbolico della madre.
Poi arriva l’altro pregiudizio. Quello del Fatto Quotidiano, di Travaglio, di un giornalismo che guarda a Minetti non come a una madre, ma come a un emblema. Anche qui il rischio è enorme. Quando un giornale parte dalla certezza morale che una figura rappresenti il peggio di un’epoca, deve cercare conferme, non verità. Rischia certo di trasformare l’inchiesta in vendetta retroattiva, ma il lavoro investigativo dei giornalisti evita il rischio: esso fa emergere elementi critici (l’asserita condizione familiare del minore, l’adozione in Uruguay, la necessità di assistenza continua) e diviene un esemplare conferma del valore di sorveglianza e controllo dell’informazione.
Il pregiudizio, se disciplinato dal metodo, può diventare energia civile? Senza quella diffidenza iniziale, senza quella ostilità politica e morale verso l’icona Minetti, forse nessuno avrebbe riaperto il fascicolo pubblico della grazia. Dopo quegli articoli, il Quirinale ha chiesto chiarimenti formali. Il Quirinale non può permettersi il dissenso politico e morale come criterio, davanti alla vita di un bambino; un giornale può partire da un sospetto, purché arrivi a documenti, riscontri, nomi, date, responsabilità. L’uno deve difendere l’imparzialità della decisione. L’altro deve difendere l’inquietudine del controllo. Travaglio, nel suo modo urticante e militante, lo ha trasformato in pressione investigativa.
Il pregiudizio resta una cattiva guida. È cieco, selettivo, spesso superbo. Ama trovare ciò che già sa. Ma può produrre effetti utili quando viene costretto a passare attraverso la verifica. Il problema non è averlo, è lasciarlo governare senza contraddittorio. Mattarella non avrebbe concesso la grazia se avesse potuto contare su una istruttoria accurata, Travaglio non avrebbe condiviso il consenso alla grazia senza disporre della indagine investigativa dei suoi giornalisti. Un’anatra zoppa.








