Da una parte i militari americani, cioè quelli che fanno volare gli aerei, muovono le basi, contano le rotte, ringraziano gli europei per l’aiuto ricevuto. Dall’altra il Presidente americano, cioè quello che deve recitare davanti al suo pubblico, rimprovera gli stessi europei: ingrati, assenti, inutili. Dice che non ne aveva bisogno, ma giura che non dimenticherà l’offesa.
Delle due l’una: o mentono i generali o mente la Casa Bianca. E poiché i generali, di solito, non vendono biglietti per il circo elettorale, il sospetto cade sul tendone più illuminato. Sigonella diventa così il fondale della sceneggiata. Base strategica, base simbolica, base siciliana: il luogo perfetto per fingere uno strappo e insieme coprire il gran movimento che racconta il contrario. Trump accusa l’Europa di non esserci stata proprio mentre l’Europa, con mille cautele, procedure, silenzi e tremori, c’è eccome: abbastanza per servire, non abbastanza per parlare. Siamo proprio a questo punto? La servitù di passaggio è indiscutibile.
Il trucco è antico. Si fabbrica un nemico esterno per regalare agli amici interni un po’ di ossigeno. Merz, Starmer, soprattutto Meloni: tutti possono mostrarsi meno inginocchiati, purché nessuno dica davvero che cosa accade nelle basi, nei cieli, nei protocolli, nelle stanze dove la sovranità entra con il cappello in mano.
La parte fragile dell’imbroglio resta sempre la stessa: l’ego di Trump. Anche quando dovrebbe fingere con misura, esagera. Anche quando l’aiuto c’è stato, deve trasformarlo in tradimento. Anche quando vince la sua menzogna non basta, pretende l’applauso della verità. Nessuno, a Roma, osa pronunciare una frase limpida: l’Italia è alleata degli Stati Uniti, non comparsa del teatro privato di Donald Trump.








