Nella domenica del 10 maggio 2026, alcuni quotidiani di governo dedicano larga parte delle loro prime pagine al delitto di Garlasco. Libero: «Tutte le frasi choc di Sempio». La Verità: «Chi si fida più della giustizia». Il Giornale: «Il terremoto di Garlasco». Il vecchio caso, già divenuto memoria collettiva, viene riaperto come se fosse il centro morale della Repubblica. Non più un crimine da accertare, non più una vicenda giudiziaria da trattare con misura, rispetto e cautela. Ma un dispositivo permanente di eccitazione pubblica.
L’occultamento della verità non ha più bisogno, necessariamente, della censura. È un metodo vecchio, grossolano, quasi artigianale. Oggi il potere dispone di strumenti più raffinati. Può mentire, certo: con le fake news, con le immagini manipolate dall’intelligenza artificiale, con i falsi costruiti per sembrare più veri del vero. Ma può fare di meglio. Può non nascondere i fatti: può sommergerli.
È questa la forma nuova dell’inganno. Non il buio, ma l’abbaglio. Non il silenzio, ma il frastuono. Non la scomparsa della realtà, ma la sua sostituzione con una realtà emotiva più forte, più semplice, più disponibile al consumo. Un fatto viene gonfiato, replicato, rilanciato, drammatizzato, trasformato in feuilleton giudiziario, romanzo nero, seduta spiritica nazionale. Attorno a quel fatto si sollevano onde concentriche. L’onda sale, travolge, ipnotizza. Chi guarda crede di informarsi. In realtà viene sottratto a se stesso. Si chiama ipnocrazia: governo dell’attenzione attraverso l’ipnosi. Non ordina di credere. Induce a fissare. Non impone una verità. Fabbrica una trance. Non cancella la coscienza: la occupa.
Oscura l’economia reale, quella che non entra nei titoli a tutta pagina perché non produce sangue ma logora le vite: bollette alte, salari insufficienti, costo della vita, famiglie che arretrano senza fare rumore. Oscura la sudditanza verso l’America di Trump, accettata nei comportamenti, assorbita come destino geopolitico. Oscura i femminicidi, che non cessano di esistere solo perché un altro femminicidio, più antico e televisivo, viene trasformato in saga nazionale. Oscura Cutro, cioè l’inerzia, la responsabilità, l’abbandono di uomini, donne e bambini davanti al mare. Oscura il Libano, Gaza, la normalizzazione della distruzione, della guerra, dei morti in contabilità.
Il paradosso è crudele: un delitto contro una donna può diventare lo schermo che copre la violenza contro le donne; un caso giudiziario può diventare lo schermo che impedisce di discutere seriamente della giustizia; un crimine può diventare l’alibi per non guardare gli altri crimini.
Siccome non si può suggerire di “non pensare”, si offre qualcosa a cui pensare senza sosta: un oggetto emotivo, un enigma interminabile, un colpevole da desiderare, un sospetto da inseguire. La domanda, allora, non è soltanto: che cosa accadde a Garlasco? La domanda politica è un’altra: che cosa oscura Garlasco? Riconoscere l’ipnocrazia significa accorgersi del trucco nel momento in cui funziona. Chiedersi, davanti a una prima pagina urlata: perché questo oggi?








