Le figlie, alla fine, sono arrivate dove per secoli arrivavano i figli maschi. Non come comparse devote, custodi malinconiche dell’album di famiglia, ma interpreti piene, testarde, persuasive. Marina Berlusconi e Stefania Craxi non si limitano a vegliare sulla memoria dei padri: la amministrano, la ritoccano, la lucidano, la rendono di nuovo presentabile in salotto. Come certi mobili antichi: stessi legni, nuova cera.
È questo il tratto più interessante, e anche più divertente, della faccenda. La successione politica e simbolica, un tempo affare da primogeniti, da mascelle serrate e cognomi portati come insegne araldiche, passa ora per due figlie che hanno capito una cosa essenziale: l’eredità non si riceve, si riscrive. E si riscrive con maggiore libertà proprio quando la fedeltà viene esibita come valore assoluto.
Stefania Craxi lo ha fatto nel modo più sorprendente. Figlia del leader socialista che del salto del fosso avrebbe fatto semmai un apologo contro natura, ha finito per stabilirsi, con disciplina quasi dinastica, nel campo politico che Bettino avrebbe osservato con diffidenza, se non con aperta insofferenza. In lei c’è qualcosa della vestale e qualcosa della revisionista: custodisce il tempio, ma intanto cambia il rito. Difende il padre, ma ne corregge la collocazione sentimentale nella storia italiana. Lo sottrae alla sinistra, o almeno a ciò che ne resta, e lo accompagna altrove, con passo deciso e senza troppo imbarazzo. Non è un dettaglio. È un trasloco. Ma anche un tradimento…
Marina Berlusconi, dal canto suo, compie un’operazione speculare e più raffinata. Non salva soltanto il padre dagli avversari: lo salva anche da se stesso. Lo ripulisce dagli eccessi di un berlusconismo troppo rumoroso, troppo plebeo, troppo impudico. Ne accentua la vena liberale, lo riposiziona in una galleria rispettabile, quasi da borghesia illuminata, come se il Cavaliere fosse stato soprattutto un editore con il debole per la libertà e non anche l’uomo che piegava istituzioni, linguaggi e confini del lecito con l’allegria di chi sposta i mobili in casa propria. La “nipote di Mubarak”, in questa retrospettiva addomesticata, rischia di sembrare un inciampo d’archivio, una macchia da smacchiare.
Le due operazioni si assomigliano più di quanto sembri. Entrambe non ereditano semplicemente un nome: ereditano un contenzioso con la realtà. E lo risolvono a modo loro. Non con la rottura, che sarebbe troppo semplice e forse perfino elegante, ma con una forma più sottile di editing narrativo. Il padre non si tocca, certo. Però si traduce. Lo si rende compatibile con il presente, con i suoi codici, con i suoi pudori, con le sue rispettabilità di seconda mano.
I fratelli maschi, in questo teatro, sono rimasti sullo sfondo. Piersilvio con la prudenza operativa di chi conosce il valore del silenzio nei bilanci e nelle gerarchie aziendali. Bobo con l’eterodossia un po’ istintiva di chi, invece di custodire il sacrario, ha preferito attraversarlo di sbieco, finendo perfino sull’altro lato della barricata. C’è anche un posizionamento critico verso la sorella che lascia la cultura socialista. In ogni dinastia arriva il momento in cui qualcuno regge l’argenteria e qualcun altro esce a fumare sul balcone. Le sorelle, invece, sono rimaste dentro. E hanno preso in mano la sceneggiatura.
C’è, in tutto questo, un piccolo rovesciamento d’epoca. La politica italiana, che è stata lungamente una repubblica dei padri e dei figli, diventa ora, almeno in questi casi, una galleria di figlie. Non più l’erede maschio destinato a ripetere il gesto, ma la figlia chiamata a renderlo plausibile. Non il sangue come continuazione biologica del comando, ma come intelligenza editoriale della memoria. Le figlie non imitano i padri: li montano. Come si monta un film, scegliendo le scene giuste, tagliando quelle imbarazzanti, rallentando sui primi piani migliori.
Selezionano, correggono, aggiornano. Non falsificano; sarebbe troppo grossolano. Curano, la forma più moderna, più elegante, e talvolta più efficace, della manipolazione. Così le due figlie appaiono per quello che sono: non semplici custodi, ma restauratrici. E ogni restauro comincia con una promessa di fedeltà e finisce con una trasformazione.
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