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Enciclica: Leone affronta l’America di Trump, l’algoritmo disarmato contro Palantir

26/05/2026
in Articoli
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La prima enciclica di Leone XIV non parla soltanto di intelligenza artificiale. Parla del potere che pretende di nascondersi dentro l’intelligenza artificiale. Con Magnifica Humanitas comincia il secondo tempo della sfida fra la Chiesa di Roma e l’America di Trump e Palantir: l’America delle guerre tecnologiche, della sorveglianza predittiva, degli algoritmi chiamati a fare ciò che il diritto impedirebbe, rallenterebbe, giudicherebbe. Il Papa non condanna la tecnica; condanna il suo arruolamento nella nuova teologia della forza. Non rifiuta il progresso; rifiuta il progresso quando diventa macchina di selezione, esclusione, obbedienza.

Il primo tempo era stato quello della parola morale. Leone aveva denunciato i tiranni, i signori della guerra, la potenza che spende miliardi per uccidere e non trova risorse per curare, educare, ricostruire. Aveva pronunciato parole antiche e terribili: il mondo distrutto da una manciata di tiranni, tenuto ancora in piedi da una moltitudine di uomini e donne solidali. Era il lessico della profezia, non della diplomazia. Non nominava sempre i destinatari, ma li costringeva a riconoscersi.

Il secondo tempo è più profondo, perché scende nella sala macchine del dominio contemporaneo. Magnifica Humanitas, firmata il 15 maggio 2026 e pubblicata il 25 maggio, porta un sottotitolo che dice già tutto: sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. La sua tesi non è difensiva ma fondativa: l’intelligenza artificiale non è un’appendice tecnica, un’emergenza amministrativa, un tema per specialisti. È la nuova questione sociale, come lo fu la fabbrica per Leone XIII, come lo furono il lavoro, il capitale, la povertà, lo sfruttamento, il conflitto industriale nella Rerum novarum.

Lì stava l’operaio davanti alla macchina. Qui sta l’uomo davanti all’algoritmo. Allora il problema era impedire che il lavoro fosse ridotto a merce. Oggi è impedire che la persona sia ridotta a dato. Allora la Chiesa interveniva contro il capitalismo senza freni della prima modernità industriale. Oggi interviene contro il capitalismo politico della quarta rivoluzione industriale: quello che non si limita a produrre ricchezza, ma pretende di amministrare comportamenti, prevedere devianze, classificare vite, ottimizzare conflitti, decidere chi merita protezione e chi può essere scartato.

È qui che il confronto con l’America di Trump e Palantir acquista il suo valore simbolico. Trump è il potere politico che vive il diritto come fastidio, la garanzia come intralcio, il limite come umiliazione. Palantir è il potere tecnico che offre al comando una promessa irresistibile: vedere tutto, collegare tutto, anticipare tutto, colpire prima che il giudice, il Parlamento, l’opinione pubblica o la coscienza possano intervenire. Non è necessario immaginare complotti. Basta osservare la direzione dei contratti, delle dottrine, delle parole.

Alex Karp, amministratore delegato di Palantir, non è soltanto il capo di una società tecnologica, ma l’interprete di una filosofia della potenza occidentale. Palantir parla di sicurezza, ma allude al primato. Parla di efficienza, ma disegna gerarchie. Parla di difesa, ma introduce una politica del sospetto permanente. In un manifesto recente, la società ha esaltato la durezza della potenza americana e la necessità delle armi autonome, suscitando allarme anche nel Regno Unito per la sua cultura politica e per il rapporto con dati pubblici sensibili.

Accanto a Karp si staglia Peter Thiel, cofondatore di Palantir, figura centrale della destra tecnologica americana, finanziatore e teologo laico dell’apocalisse. Le sue lezioni sull’Anticristo non sono una bizzarria marginale. Sono il sintomo di un ambiente culturale in cui capitalismo digitale, immaginario religioso, guerra, paura della decadenza e disprezzo per le istituzioni globali si saldano in una visione del mondo. L’Anticristo, in quella narrazione, non è il dominio della forza senza limite; è, paradossalmente, chi vorrebbe frenare la corsa della potenza in nome della pace, della sicurezza, della tutela dall’Armageddon.

Leone XIV rovescia questo schema. Non accetta che il limite sia presentato come nemico della libertà. Non accetta che il diritto sia trattato come residuo debole della civiltà europea. Non accetta che la pace venga liquidata come ingenuità, che la prudenza sia scambiata per viltà, che la custodia dell’umano sia derubricata a sentimentalismo da vecchio mondo. L’enciclica rimette ordine nel vocabolario: non tutto ciò che accelera è progresso; non tutto ciò che calcola è intelligenza; non tutto ciò che protegge è giustizia; non tutto ciò che vince è moralmente legittimo.

La frase decisiva è una lama: «Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile». È il cuore dell’enciclica. Con poche parole Leone smonta la superstizione più pericolosa del nostro tempo: l’idea che la guerra, diventando intelligente, diventi meno disumana. La macchina può rendere il conflitto più rapido, più impersonale, più chirurgico, più opaco. Non può renderlo innocente. Può selezionare obiettivi. Non può assumere colpa. Può abbassare il costo politico della violenza.

Per questo l’enciclica tiene insieme intelligenza artificiale e guerra giusta. Non sono due capitoli accostati per caso. Sono la stessa domanda posta su due fronti: chi decide quando una vita può essere sacrificata? Chi risponde quando la decisione è nascosta dentro una catena di calcoli, modelli, piattaforme, protocolli, subappalti, segreti militari? Se la responsabilità si dissolve nel sistema, il diritto non è più contraddetto: è aggirato. Non viene abolito con un golpe; viene svuotato con un’interfaccia.

Qui Roma torna Roma. Non capitale di un potere temporale, ma centro di una resistenza antropologica. Leone non parla da capo di Stato fra capi di Stato. Parla da custode di una grammatica dell’umano che precede lo Stato e giudica lo Stato. Ricorda che la persona non coincide con la sua prevedibilità, che il povero non coincide con il suo costo, che il migrante non coincide con il suo fascicolo, che il nemico non coincide con la sua posizione geografica, che il lavoratore non coincide con la sua sostituibilità.

È questo il punto che restituisce alla cultura europea, laica e cristiana, una primazia smarrita. L’Europa politica appare spesso incerta, divisa, esitante, impacciata davanti alla brutalità dei nuovi imperi. Ma l’Europa culturale possiede ancora una lingua che l’impero algoritmico non riesce a metabolizzare del tutto: dignità, limite, responsabilità, persona, coscienza, diritto, misericordia. Non sono parole deboli. Sono le infrastrutture invisibili della civiltà. Senza di esse la tecnica non diventa moderna: diventa arcaica. Torna al più antico dei poteri, quello del più forte sul più debole.

Il Papa americano parla dunque all’America più di quanto sembri. La sfida si svolge fra americani, in lingua inglese, ma non appartiene soltanto all’America. È una disputa sul destino dell’Occidente. Da una parte c’è un’idea di civiltà come dominio: chi possiede i dati, le piattaforme, le armi intelligenti e la velocità decisionale governa il mondo. Dall’altra c’è un’idea di civiltà come limite alla forza: il potere è legittimo solo se resta responsabile davanti alla persona, alla legge, alla coscienza.

Magnifica Humanitas non è dunque un documento contro il futuro. È un documento contro la falsificazione del futuro. Leone XIV non chiede di fermare la scienza, ma di impedire che la scienza venga sequestrata dal comando. Non chiede di spegnere le macchine, ma di non inginocchiarsi davanti a esse. Non chiede all’uomo di rinunciare alla tecnica, ma alla tecnica di restare umana. È una domanda religiosa, una domanda laica e, soprattutto, una domanda politica. L’enciclica fa paura. Perché non discute soltanto l’intelligenza artificiale, ma i suoi padroni. Non contesta soltanto gli algoritmi, ma l’ordine del mondo che vorrebbe usarli come nemici del diritto, sostituti della coscienza, cappellani elettronici della guerra.

La Chiesa di Roma torna al centro della scena perché osa formulare la domanda che gli altri evitano: che cosa resterà dell’uomo quando tutto ciò che lo riguarda sarà calcolabile, monetizzabile, sorvegliabile, militarizzabile? L’uomo non è un dato. E nessun impero, per quanto armato di server, satelliti, droni e profeti della fine, può permettersi di dimenticarlo senza perdere il diritto di chiamarsi civiltà.

 

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Tags: enciclicaguerra giustahumanitasintelligenxza artificialekarpaLeonePalantirTrumpa algoritmo

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