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Il corto circuito della destra: Meloni, Netanyahu e l’antisemitismo custodito in casa, in Italia ed Israele

28/05/2026
in Articoli
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Arriva sempre il momento in cui la politica diventa confessione, non solo contraddizione oi menzogna.. Accade quando il governo italiano, fra i più prudenti e comprensivi verso l’Israele di Netanyahu, scopre che nel cuore periferico ma non marginale del suo partito più forte — Fratelli d’Italia — affiorano parole antisemite, miserabili, primitive, pronunciate non da reduci da bar sport ma da quadri politici, da uomini e donne di apparato, da quella piccola oligarchia locale che tiene in piedi i partiti a telecamere spente..

Il corto circuito è feroce. Fuori, il governo italiano esibisce l’amicizia con Israele come certificato di rispettabilità occidentale.. Dentro, riemerge il vecchio lessico antiebraico, quello che non discute Netanyahu, non critica un governo, non contesta una guerra: disprezza gli ebrei in quanto tali. È la differenza che ogni persona civile dovrebbe conoscere prima ancora di aprire bocca. Criticare Israele è politica. Odiare gli ebrei è antisemitismo. E quando l’antisemitismo spunta nella casa di chi ha passato mesi a distribuirne patenti agli altri, la faccenda non è più un incidente: è una radiografia.

La stessa destra che ha accusato le piazze per Gaza di essere incubatrici dell’odio antiebraico deve ora guardare nelle proprie stanze. Non nei centri sociali, non nelle università, non nei cortei della sinistra: nelle proprie chat, nei propri coordinamenti, nei propri recinti identitari. Là dove l’antisemitismo non arriva travestito, ma nella sua forma più antica, più sporca, più disarmante: il fastidio per “gli ebrei”.

Poi c’è Giorgio Almirante. E qui il corto circuito diventa uno scandalo. Celebrarlo mentre esplode un caso di antisemitismo interno non è soltanto imprudente. È rivelatore. Almirante non è un antenato qualsiasi della destra italiana. Fu uomo del fascismo, segretario di redazione della Difesa della Razza, parte di quella macchina culturale che preparò, giustificò e rese dicibile la persecuzione in Italia. Celebrarlo come padre nobile significa chiedere alla memoria di farsi complice.

Il punto non è se Meloni sia antisemita. Sarebbe una scorciatoia rozza e inutile. Il punto è più grave: la destra di governo continua a pretendere assoluzione storica senza abiura storica, non vuole pagare il prezzo simbolico della rottura definitiva con la propria storia. Vuole Israele come alleato e Almirante come reliquia. Vuole denunciare l’antisemitismo degli altri e archiviare il proprio come folklore, scemenza, incidente, chat privata, gioventù esuberante, sfuggita di mano.

Si può essere filoisraeliani in politica estera e indulgenti verso un immaginario antiebraico in politica interna? Si può difendere Netanyahu e onorare un uomo cresciuto nella propaganda razziale fascista? Si può trasformare la memoria della Shoah in arma contro gli avversari e, nello stesso tempo, trattare il fascismo domestico come un album di famiglia da sfogliare con nostalgia, seminando antisemitismo, alimentandolo, offrendogli ragioni di cui, storicamente, non ha diritto?

Meloni non può continuare a presentarsi come leader conservatrice europea mentre il suo partito inciampa periodicamente nei fantasmi che dice di avere seppellito. I fantasmi, quando tornano così spesso, non sono fantasmi. Sono coinquilini.

 

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Tags: Almiranteantisemitacorto circuitoDomanimeloninetanyahunostalgiashoah

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