Vigevano non è un comune qualsiasi. È un nome della letteratura italiana. È la città di Lucio Mastronardi, del maestro Mombelli, del calzolaio, del meridionale: una piccola capitale morale del miracolo economico, dove l’Italia imparò a fabbricare scarpe, denaro, frustrazioni, rancori, ascese improvvise e cadute senza grandezza. Mastronardi non la raccontò come cartolina lombarda, ma come laboratorio: la provincia che correva verso il benessere e perdeva, lungo la strada, lingua, misura, pietà, educazione civile. Per questo il risultato di Roberto Vannacci a Vigevano non è soltanto un episodio elettorale di carattere locale. Il generale, o meglio il candidato sostenuto dal generale, sfonda il muro del quattordici per cento nella città del Maestro. Non vince, ma pesa. Non governa, ma condiziona…a futura memoria. Non conquista il palazzo, ma entra nella stanza dove si decide il ballottaggio.
La domanda, allora, non è se Vannacci si sia insediato nel posto sbagliato. La domanda è più inquietante: e se fosse, invece, il posto giusto? Non perché Vigevano sia più estremista di altri luoghi, non perché la Lomellina abbia una colpa speciale da espiare, ma perché le comunità locali sono diventate il terreno più fragile della paura organizzata, il più filorusso e meno europeo, dove la grande politica arriva come eco lontana, la vita quotidiana pesa più delle ideologie, sicurezza, decoro, immigrazione, tasse, commercio, solitudine urbana e declino dei legami si mescolano.
Mastronardi aveva visto in anticipo la malattia. La sua Vigevano era già una città piena di energia e insieme di nevrosi. Gli “industrialotti” correvano, gli impiegati si sentivano retrocessi, la scuola perdeva prestigio, il denaro diventava misura universale. Il maestro, figura un tempo sacra della Repubblica, veniva ridotto a relitto: povero, deriso, inadeguato, fuori mercato. La sua autorità non cadeva sotto i colpi di una rivoluzione, ma per consunzione. Non serviva più a nessuno, perché non produceva ricchezza immediata.
Il Maestro di Vigevano non ha lasciato eredi? Forse li ha lasciati, ma sono diventati muti. O dispersi. O minoritari. L’erede del maestro avrebbe dovuto essere la scuola pubblica, la biblioteca, il sindacato, il municipio come luogo di educazione civile, la borghesia produttiva capace di non confondere impresa e ferocia, la comunità capace di distinguere ordine da autoritarismo. Invece, per lunghi anni, l’Italia ha consumato quelle eredità come si consuma un risparmio familiare: senza accorgersi che finisce.
Nel vuoto si è infilato il linguaggio della caserma. Non la disciplina, che può essere virtù civile; ma la sua caricatura politica. Non l’onore, ma il culto dell’identità ferita. Non la patria costituzionale, ma la tribù. Non la sicurezza come buona amministrazione — cantieri di lavoro, strade illuminate, servizi sociali, polizia locale efficiente, case, trasporti, sanità, lavoro — ma la sicurezza come parola magica, come manganello retorico, come promessa di espulsione simbolica di tutto ciò che disturba.
Il vannaccismo non spiega il mondo, lo semplifica; non allevia le paure, le organizza; non restituisce sovranità ai cittadini, li trasforma in guardiani di un confine inesistente. Ha un tratto russofilo nella diffidenza verso l’Occidente liberale e verso l’Europa dei diritti; un tratto postfascista nell’idea che la comunità sia sempre minacciata da nemici interni; un tratto razzializzante quando suggerisce che l’appartenenza non dipenda dalla cittadinanza, dal lavoro, dalla scuola, dalla convivenza, ma dalla comunità etnica.
Che questo discorso trovi ascolto in una città letteraria non deve stupire. La letteratura non vaccina i luoghi, li illumina. Poi sta alla politica, alla scuola, ai giornali, alle classi dirigenti impedire che quella luce si spenga. Nessuna città vive per sempre di ciò che è stata raccontata. Una città può scegliere ogni volta se essere il romanzo della propria intelligenza o il comizio della propria paura. Vigevano, oggi, costringe a guardare questa scelta senza indulgenza. Il maestro non è morto. È stato lasciato solo in classe, mentre fuori, in piazza, parlava il generale.








