La mossa di Vladimir Putin non è un’apertura all’Europa, ma un messaggio a Donald Trump. Se Washington tratta con Pechino sopra la testa di Mosca, Mosca può fingere di trattare con l’Europa sopra la testa di Washington. È diplomazia triangolare, ma con il coltello sotto il tavolo.
Alla vigilia dell’incontro di Pechino tra Trump e Xi Jinping, Putin ha compiuto un gesto apparentemente conciliante: ha evocato la possibilità che l’Europa sieda al tavolo sul futuro dell’Ucraina. Il fatto è nuovo solo in superficie. Per anni il Cremlino ha trattato l’Europa come un’appendice strategica degli Stati Uniti: ricca, divisa, dipendente, priva di comando. Ora, all’improvviso, le riconosce un posto a tavola. E prova a scegliere per lei il commensale: Gerhard Schröder, ex cancelliere tedesco, uomo del dialogo ostpolitik nella sua versione più compromessa, poi legato all’universo energetico russo tra Nord Stream, Rosneft e Gazprom. I ministri europei hanno respinto l’ipotesi; Kaja Kallas ha osservato che non sarebbe saggio lasciare alla Russia il potere di nominare il negoziatore dell’Unione. Berlino ha giudicato Schröder privo della necessaria imparzialità.
È il vecchio metodo imperiale: riconoscere l’interlocutore per svuotarlo; nominarlo per dominarlo; concedergli la forma mentre gli si sottrae la sostanza. La coincidenza con il viaggio di Trump in Cina non è neutra. Il presidente americano arriva a Pechino in un momento in cui la guerra in Ucraina, il Medio Oriente, Taiwan e il commercio globale si intrecciano in un unico grande mercato. Secondo la cronaca internazionale, il vertice con Xi si colloca proprio dentro questa matassa: Trump cerca risultati visibili, la Cina può presentarsi come potenza indispensabile, l’Europa rischia di restare spettatrice pagante.
Putin vede il rischio: un negoziato sino-americano che trasformi la Russia in variabile secondaria. Perciò alza un’altra carta. Se Trump parla con Xi senza di me, io posso parlare con l’Europa senza di te. Non perché Putin creda davvero in un’autonomia europea. Al contrario: sa che l’autonomia europea è il nervo scoperto dell’Occidente. Toccarlo significa irritare Washington, dividere Bruxelles, imbarazzare Berlino, offrire ai sovranismi europei un argomento pronto: l’Europa non conta perché non sa scegliere chi parla per lei.
È il gioco delle tre carte. La prima carta è il negoziato: sembra pace, ma contiene la resa preventiva delle condizioni russe. Mosca continua a subordinare ogni svolta alla pretesa che Kiev rinunci al Donbas occupato, condizione che l’Ucraina respinge e che trasformerebbe l’aggressione in titolo di proprietà. Le notizie degli ultimi giorni mostrano inoltre un quadro tutt’altro che pacificato: Zelensky ha accusato la Russia di violare la tregua di tre giorni mediata dagli Stati Uniti, mentre Mosca alterna segnali di disponibilità e richieste massimaliste.
La seconda carta è Schröder. Non un mediatore, ma un simbolo. L’ex cancelliere è stato, per una lunga stagione, il volto nobile della dipendenza energetica tedesca dalla Russia. Nord Stream non fu soltanto un gasdotto: fu una filosofia politica. L’idea che il commercio avrebbe addomesticato il Cremlino, che il gas avrebbe prodotto moderazione, che l’interdipendenza avrebbe sostituito la deterrenza. È accaduto il contrario: l’interdipendenza è diventata vulnerabilità. Per questo proporre Schröder oggi non è una gaffe. È una provocazione chirurgica. Significa dire all’Europa: il vostro negoziatore ideale è l’uomo che per anni ha confuso realismo e subordinazione.
La terza carta è l’Unione europea stessa. L’Europa protesta perché non vuole farsi rappresentare da un uomo scelto da Putin; ma fatica a dotarsi di un’autorità politica capace di parlare in nome proprio. La politica estera e di sicurezza comune resta tra le materie nelle quali il Consiglio decide all’unanimità: una regola pensata per proteggere le sovranità nazionali, ma diventata spesso il meccanismo perfetto per paralizzare una sovranità europea che non nasce mai e proteggere i nazionalismi sovranisti. Il Consiglio dell’Unione ricorda che l’unanimità è richiesta per settori sensibili, tra cui la politica estera e di sicurezza comune.
Ed eccoci all’Italia. Giorgia Meloni rimprovera all’Europa di non avere un volto, una voce, un negoziatore. Ma difende, o comunque non scioglie, il vincolo politico che rende quella voce quasi impossibile: l’unanimità dei ventisette. È la contraddizione capitale del sovranismo di governo. Si accusa Bruxelles di debolezza dopo avere difeso l’architettura che produce debolezza. Si denuncia l’irrilevanza europea dopo avere coltivato il principio secondo cui ogni Stato può bloccare l’insieme. Si chiede all’Unione di essere potenza, ma la si vuole amministrare come una conferenza permanente di veti nazionali.
Meloni, dunque, può anche avere ragione quando dice che l’Europa non deve presentarsi con troppe voci. Ma non può omettere la domanda successiva: chi impedisce che quelle voci diventino una? Non solo Orbán, non solo i governi apertamente filorussi o euroscettici. Anche chi, in nome dell’interesse nazionale, custodisce il diritto di veto come un gioiello di famiglia contribuisce alla medesima impotenza. Poi, quando Putin indica Schröder, si finge scandalo. Ma lo scandalo vero non è che Putin provi a scegliere il negoziatore europeo. Lo scandalo è che l’Europa gli offra il vuoto nel quale tentare.
La mossa del Cremlino è quindi doppia. Verso Trump dice: non sei l’unico regolatore dell’ordine occidentale. Verso l’Europa dice: se non sai nominarti da sola, ti nomino io. Verso i sovranisti europei aggiunge: continuate pure a indebolire Bruxelles; al momento giusto saremo noi a certificarne l’inconsistenza.
Putin ha fatto la sua mossa. Non ha blandito l’Europa: l’ha misurata. Trump la misura da anni con il linguaggio del conto da pagare. Xi la misura con quello della dipendenza economica. Mosca ora la misura con il sarcasmo diplomatico: volete un negoziatore? Ve ne suggerisco uno mio.
A quel punto il gioco delle tre carte diventa trasparente. La carta della pace nasconde la resa. La carta del mediatore nasconde il lobbista. La carta della sovranità nazionale nasconde l’impotenza europea. E chi denuncia il trucco, ma conserva il banco, non è spettatore innocente.








