E tuttavia il riferimento a Vannacci non è inutile. Anzi, è illuminante, purché lo si tenga sul terreno giusto: non quello delle idee, ma quello della legge, ineludibile, del tempo che viviamo. Sono entrambi figli del loro secolo. Uno arriva dalla caserma, l’altro dalla telecamera. Non hanno fatto la “leva” nei partiti. Da una parte l’ex militare che trasforma il risentimento identitario in offerta politica nazionale; dall’altra l’ex uomo di spettacolo che trasforma la denuncia, la visibilità televisiva, l’irruzione morale, in candidatura di governo.
Nei ballottaggi delle amministrative recenti, il dato di Agrigento è, politicamente, rilevante. Michele Sodano, il candidato di Lavardera (Controcorrente), sostenuto anche dal campo largo, ha conquistato il Comune con il 72,31 per cento contro il 27,69 di Dino Alonge, candidato sostenuto da una parte del centrodestra. A Bronte, altro luogo tutt’altro che secondario nella geografia del potere siciliano, Giuseppe Gullotta ha vinto il ballottaggio con il 63,72 per cento, con il sostegno di liste riconducibili anche a Controcorrente. Non è ancora la rivoluzione. Ma sono segnali affatto trascurabili, se la nomenclatura sconfitta appare affaticata, divisa, sulla difensiva.
L’attacco al potere in Sicilia è soprattutto l’attacco al centrodestra siciliano, in sella da decenni. Esso vive una crisi che non è soltanto elettorale ma di immagine, di credibilità, di comando. Ci dice che laddove la politica sopravvive a se stessa come una dinastia, può aprirsi una faglia. E in quella faglia si è infilato La Vardera. La sua forza non sta ancora in un programma compiuto. Sta nella capacità di occupare un vuoto.
Controcorrente cresce perché intercetta pezzi di società civile, amministratori locali, ex grillini, personalità sparse, delusi dei partiti, militanti senza casa. La Vardera non conquista perché propone una nuova architettura istituzionale della Sicilia. Conquista perché molti siciliani non credono più a quella esistente. Non seduce per dottrina, ma per gesto. È il linguaggio del “basta”, più che quello del “dopo”. E il “basta”, equivalente del “vaffa”, nella storia italiana è una parola iconica può liberare energie, ma anche consumarle in pochi mesi, trasformando la rivolta in rappresentazione, la denuncia in professione, la moralità in marchio.
Vannacci insegna proprio questo. Il generale è diventato un fenomeno politico partendo da una rottura simbolica, il libro Il mondo al contrario, poi dalla candidatura europea con la Lega, dove ha superato il mezzo milione di preferenze nel 2024. Oggi, secondo Reuters, il suo movimento Futuro Nazionale è stimato attorno al 4,6 per cento e preme da destra su Meloni e Salvini, con una piattaforma nazionalista, anti-immigrazione e ostile agli equilibri europei tradizionali. Anche qui: prima il personaggio, poi il movimento; prima la semplificazione, poi il partito.
La Sicilia dovrebbe guardare La Vardera con attenzione proprio per questo. Il suo movimento saprà trasformare l’indignazione in classe dirigente, la denuncia in amministrazione, la rottura in governo? La Sicilia non ha bisogno soltanto di qualcuno che accenda i fari. Ha bisogno di qualcuno che sappia riparare l’impianto elettrico.
La Vardera ha presentato il simbolo “Ismaele presidente” e si è collocato in campo per le regionali del 2027, chiedendo al campo largo di partecipare alla costruzione del programma. In parallelo, Controcorrente e Avs hanno fatto della questione morale uno dei cardini dell’attacco al governo regionale, chiedendo dimissioni e ritorno al voto in relazione alle vicende politiche e giudiziarie che hanno investito il vertice dell’Ars e il sistema di potere siciliano. È una linea efficace, perché colpisce dove il centrodestra oggi appare più vulnerabile: non sul programma, ma sull’autorità morale.
Ma proprio qui si apre il rischio. Chi nasce “contro” deve dimostrare molto presto di saper essere “per”. La politica del faro è necessaria quando c’è buio. Servono progetti, mappe, tecnici, procedure, responsabilità. Altrimenti resta teatro civile: utile, rumoroso, perfino salutare, ma teatro.
Eppure sarebbe un errore liquidare il fenomeno come folclore. La Sicilia, nella storia politica nazionale, non è mai stata soltanto periferia. A volte è stata laboratorio, altre volte detonatore.
La novità non è La Vardera in sé, ma ciò che la sua ascesa rivela: il consenso non premia più l’appartenenza, premia l’interruzione. Se La Vardera interrompe il lungo sonno siciliano, Vannacci irrompe sulla fortezza meloniana, blindata in casa e fuori con potenti alleanze oggi mantenute sotto copertura. Il primo promette l’ordine postfascita contro il disordine “razziale”; il secondo promette pulizia contro il disordine del potere. Diversi, lontani, incompatibili, appartengono alla stessa epoca, l’epoca in cui non sonoi partiti a sequestrare i personaggi, ma i personaggi a sequestrare i partiti.
La domanda allora, non riguarda soltanto la Sicilia. Riguarda l’Italia. Se un ex generale può spostare gli equilibri della destra nazionale, perché un ex uomo di spettacolo non potrebbe spostare gli equilibri dell’area progressista partendo dalla Sicilia? Non è una previsione, è un avvertimento. Le prossime elezioni non saranno decise solo dai programmi, ma dalla capacità di incarnare una frattura, che la comunicazione “sociale” adotta, manipola, monopolizza. E oggi, nell’isola, quella frattura ha un nome, una faccia, un movimento, una parola d’ordine: controcorrente