Cao Garofani, il Quirinale come bersaglio. Come si fa a non sentirne l’eco. Sono stati avvelenati i ponti, si è salato sul primo “treno” utile per attaccare il Quirinale. E non è stato uno spregiudicato giornalista, ma un giornale “governativo” , che trasformato una opinione politicas sull’attuale guida del. PD, in un piano eversivo.Il contesto ci richiama alla realtà, ci richiede di prendere in considerazione tutto, di mantenere il livello del sospetto su un piano di parità, non foss’altro che per mostrare gli effetti che la spregiudicatezza può provocare.
C’è una data, in questa storia, che merita di essere ricordata: 14 febbraio. Quel giorno, dopo un discorso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sulla necessità di difendere il diritto internazionale e l’inviolabilità delle frontiere minacciata dalla Russia, la portavoce del Ministero degli Esteri russo rilasciò una dichiarazione inequivoca:“Le sue parole non resteranno senza conseguenze.”
Non era una formula rituale della diplomazia muscolare. Nei mesi successivi, quelle conseguenze sono state evocate più volte, in forme sempre più dirette, sempre meno velate. Fino a quando il bersaglio non è stato colpito — non solo simbolicamente, non solo nel linguaggio. Perché è così che funziona la guerra ibrida: non annuncia mai il giorno dell’attacco, ma prepara il terreno, semina sospetti, sfrutta debolezze, amplifica fratture, manipola l’opinione pubblica, testa la vulnerabilità dei governi, e infine colpisce dove la democrazia è più esposta. Non con i carri armati, ma con l’informazione, l’intimidazione, le campagne di destabilizzazione. E l’Italia, in questi mesi, è stata un bersaglio perfetto.
Il monito contro Mattarella non era rivolto solo al Capo dello Stato. Era un messaggio indirizzato al Paese: “attenzione a ciò che dite, a ciò che fate, a quale campo scegliete”. Un avvertimento che, in altre stagioni, avrebbe provocato una risposta unitaria, compatta, di sistema. Questa volta, no. Al contrario: mentre la diplomazia russa alzava il livello dello scontro verbale, una parte della destra italiana ( e non solo) continuava a intrattenere rapporti politici, mediatici, culturali in circuiti internazionali vicinissimi a Mosca servendosi di soft power, portali di informazione, reti di propaganda digitale, agenzie culturali: un ecosistema perfetto per proiettare influenza e interferenza. L’Europa, e l’Italia in particolare, sono diventate il laboratorio perfetto della guerra ibrida: si manipolano elezioni; si finanziano partiti amici; si attaccano infrastrutture digitali; si seminano notizie false; si colpiscono leader scomodi. È una guerra che non si vede, ma subdola ed alla lunga letale. La minaccia “non resterà senza conseguenze” non era un’espressione casuale. Era l’annuncio preventivo di un attacco mirato al prestigio, alla stabilità, alla credibilità del Paese.
Si chiama “caso Garofani”, ma è il “caso Mattarella”. Il lui il “nemico”. da azzoppare.








