Ci sono arrampicate sugli specchi che almeno possiedono il pregio della creatività. Poi esistono quelle più faticose, dove lo sforzo retorico finisce per rendere ancora più evidente ciò che si voleva nascondere. Le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani alla Camera – secondo cui non partecipare significherebbe “rinnegare il ruolo di primo piano svolto dall’Italia a Gaza” – appartengono a questa seconda categoria.
La domanda, semplice e inevitabile, resta sospesa nell’aria: quale sarebbe, con precisione, questo ruolo di primo piano? Quali iniziative diplomatiche autonome, quali mediazioni riconosciute, quali decisioni politiche capaci di orientare davvero gli eventi? Nella diplomazia internazionale le parole contano, certo; ma contano di più gli atti, le risoluzioni, le trattative riuscite, le coalizioni costruite. E su questo terreno il protagonismo italiano appare più evocato che documentato.
L’argomento del ministro, in sostanza, suona così: partecipare a un organismo promosso e controllato dall’universo politico-imprenditoriale di Donald Trump sarebbe quasi un obbligo strategico, pena l’irrilevanza dell’Italia. È una logica curiosa, che rovescia la gerarchia istituzionale: non è più il peso politico di uno Stato a determinare la legittimità dei consessi internazionali, ma l’adesione preventiva a una struttura privata a certificare la rispettabilità di uno Stato.
Qui emerge il nodo vero. La questione non è protocollare, né ideologica. È istituzionale. Un conto è dialogare con gli Stati Uniti, con le loro amministrazioni, con i canali ufficiali della diplomazia internazionale. Altro è conferire una sorta di investitura politica a un organismo che nasce, si sviluppa e vive nel perimetro personale di un leader politico, per quanto potente o influente . Nel primo caso si opera nel quadro delle relazioni tra Stati; nel secondo si scivola verso una personalizzazione della politica estera che mal si concilia con la tradizione costituzionale italiana. Lo statuto del Board of Peace assegna in eterno al suo presidente, Trump, il dominio assoluto, e non agli USA.
Eppure il governo sembra muoversi con un riflesso condizionato: dichiararsi sovranista in patria, per poi piegare la schiena quando il centro decisionale si sposta oltre Atlantico. Un sovranismo curioso, dunque: energico nella retorica interna, prudente fino alla deferenza quando si tratta di riconoscere l’autorità simbolica altrui. Da qui l’impressione – difficile da dimenticare – di un sovranismo genuflesso.
C’è anche una lieve ironia involontaria nel richiamo al “ruolo di primo piano”. Se davvero l’Italia possedesse una centralità strategica nelle vicende mediorientali, questa centralità non dovrebbe temere il rifiuto di partecipare a un organismo percepito come privato. Al contrario, sarebbe proprio l’autonomia della scelta a rafforzare il profilo internazionale del Paese. La forza di una diplomazia non si misura dalla quantità di tavoli a cui si siede, ma dalla capacità di dire sì o no senza sentirsi ricattata dall’ansia di irrilevanza.
Il punto, allora, non è Trump, né l’America. Il punto è l’Italia e la sua postura istituzionale.
La Costituzione non è un ostacolo formale da aggirare con eleganza verbale; è il perimetro dentro il quale la politica estera trova legittimità. Quando la rappresentanza internazionale sembra confondersi con la ricerca di un’approvazione personale, il rischio è di trasformare la diplomazia in un esercizio di fedeltà più che di sovranità.
E forse la vera domanda, quella che resta dopo le dichiarazioni solenni, è un’altra: un Paese che rivendica orgogliosamente la propria autonomia può davvero dimostrare il proprio peso soltanto rendendo omaggio a un board degli affari? Oppure il segno di una nazione adulta consiste proprio nel sapere, talvolta, restare in piedi anche quando tutti invitano a inchinarsi?








