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Niscemi, come metafora della Sicilia. Si può processare l’irresponsabilità dilagante?

16/04/2026
in Articoli
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L’inchiesta della Procura di Gela è forse la madre di tutte le vicende giudiziarie che vedono sul banco degli imputati il sistema Sicilia, metafora del sistema Italia, aggrappato come una idra dalle sette teste all’uso delle risorse pubbliche, e inquinato da una gerarchia dei bisogni che non rispetta le urgenze reali del Paese.

Processo alla cecità dilagante,, non solo perché sono iscritti ben quattro Presidenti della Regione nel registro degli indagati , ma per la natura abnorme dei ritardi, la corale perdurante ivolontà, quasi mezzo secolo), di ignorare il pericolo di una frana, più volte invano avvertito e documentato, nero su bianco, da esperti. Nello Musumeci, attuale Ministro della Protezione civile,è  chiamato a giustificare l’inazione della Regione siciliana insieme ai predecessori: Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta e Renato Schifani,  , Presidente in carica, e nove alti dirigenti regionali,

Ma si è fatto finta di niente in ogni sede: locale, provinciale, regionale e nazionale: ad ogni livello della scala gerarchica il pericolo è stato messo in stand by per un tempo infinito.Solo burocrazia, disattenzione, incompetenza, inefficienza? Colpa o dolo?

Non c’è dubbio che le risorse stanziate in più circostanze per iprevenire il disastro, seppur insufficienti, sono state usate diversamente. O distratte colpevolmente?. Se ciò è avvenuto, che sono state canalizzate per fare altro, vuol dire che le urgenze, le volontà, gli interessi prevalenti hanno sfidato il pericolo . Il disastro ha causato enormi problemi a migliaia di famiglie, devastato una comunità, cancellato una fetta di città, nella quale si era continuato a costruire, ristrutturare, acquistare e vendere, nonostante tutti conoscessero di avere una spada di Damocle sul capo.

Si è agito come se non si sapesse, quella condizione che un siciliano geniale, Luigi Pirandello, ha ben descritto in una delle sue commedie. In un’aula di tribunale, l’imputato di omicidio per avere ucciso la propria moglie, interrogato dal giudice sulla premeditazione del delitto, disattendendo i suggerimenti dell’avvocato difensore, risponde che non sapeva quel che stava per accadere, ma era come se lo sapesse.

Nel caso della frana di Niscemi, alla ipotetica domanda del giudice, sulla consapevolezza del pericolo, molti potrebbero rispondere allo stesso modo: sapevamo, ma era come se non sapessimo.

C’è una circostanza aggravante, tuttavia: quell’agire come se non si sapesse ha permesso di usare altrove le risorse, di tenere in piedi il mercato dell’edilizia abitativa nell’area interessata dalla frana, cioè quasi un terzo della cittadina nissena. C’è chi ci ha guadagnato.

La Procura della Repubblica di Gela non potrà mai uscire dal seminato, e cioè stabilire le responsabilità morale e politica di ognuno degli indagati (è certo che a tredici se ne aggiungeranno altri), ma deve guardare gli atti, le azioni, le omissioni, le distrazioni, perfino il lungo sonno, degli organismi coinvolti per stabilire le responsabilità giudiziarie.

Coloro che hanno agito come se non sapessero, falsamente o per ignoranza o incompetenza, e hanno tratto vantaggi (politici o meno), saliranno sul banco degli imputati.

Non è affatto scontato che altri “attori” politici ed istituzionali, escano indenni dall’inchiesta e non paghino. E’ avvenuto altre volte. Aspettarsi il trionfo della giustizia in disastri come questa frana, è quasi utopico.

Basta andare indietro con la memoria e censire le catastrofi provocate dal dissesto idrogeologico, su cui la magistratura ha cercato di fare giustizia: il tempo le ha trasformate in calamità naturali, assolvendo quanti agivano irresponsabilmente “come se non sapessero”.

Secondo la definizione delle Nazioni Unite, “una catastrofe o disastro è un evento concentrato nel tempo e nello spazio, nel corso del quale una comunità è sottoposta a un grave pericolo ed è soggetta a perdite dei suoi membri, o delle proprietà o dei beni, in misura tale che la struttura sociale è sconvolta e risulta impossibile lo svolgimento delle funzioni essenziali della società stessa”

Gli esperti sostengono che non sono gli eventi a provocare il disastro, ma la loro interazione con l’ambiente realizzato dagli uomini. I fenomeni chiamati “calamità naturali” sono provocati da attività edilizie, industriali, urbanistiche che ignorano la realtà geologica dei terreni. La calamità, dunque, è quasi sempre il risultato di comportamenti irresponsabili. Nel caso in specie, Niscemi, questa irresponsabilità appare reiterata de sono molti i soggetti coinvolti.

Il lavoro investigativo della Procura di Gela è appena cominciato. Presto verrà controllata l’attività urbanistica ed edilizia: dall’abuso edilizio, alle autorizzazioni edilizie e di abitabilità, alla regolamentazione urbanistica ed altro. Accanto a questa minuziosa indagine ne verrà svolta un’altra, molto più impegnativa, mirante a seguire il flusso delle risorse non spese per contenere il fenomeno franoso. E’ questo il versante che potrebbe offrirci la visione di sistema che ha causato la frana di Niscemi, e non solo la frana di Niscemi. Il dissesto idrogeologico italiano non ha mai ottenuto priorità sacrosante.

La visione di sistema delittuosa non incorre nei rigori della legge, la giustizia persegue gli atti ed i comportamenti delle persone. Servirebbe un miracolo, che essa contenesse i nomi di coloro che la creano attraverso atti o omissioni. Appunto, un miracolo.

L’inchiesta della Procura Gela può diventare il processo al nostro tempo segnato dall’irresponsabilità?

.

 

 

 

 

 

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Tags: calamitàcrocettadisastrifranagelaidrogeologicolombardomusumecinaturaliNiscemiprocuraschifani

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