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Più che il silenzio di Palazzo Chigi, colpisce lo scarto fra il Vescovo di Roma e l’Italia di Meloni

17/04/2026
in Articoli
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Giorgia Meloni una parola l’ha detta: ha definito “inaccettabili” gli attacchi di Donald Trump a Papa Leone XIV e ha rivendicato l’autonomia della voce religiosa dalla politica. Ma quella presa di distanza è rimasta isolata, quasi burocratica, senza svolgere fino in fondo la sua funzione politica: spiegare all’Italia e al mondo che un governo alleato degli Stati Uniti non è tenuto a inseguire le intemperanze della Casa Bianca, né a mimarle, né a subirle in silenzio.

Ed è qui che nasce l’impressione del “cane bastonato”. In patria la premier sa mostrare i denti: con gli avversari interni, con i partner europei, con Macron, con chiunque possa essere trattato come competitore politico. Quando però il colpo arriva da Washington, il linguaggio si abbassa, il gesto si ritrae, la postura si fa prudente fino alla mortificazione. In più, c’è il controcanto del Vice Presidente del Consiglio, che “accarezza” Trump, ricordando che la sua colpa è solo quella di fare gli interessi del suo Paese. Un giudizio da alleato fedele, e non di indulgenza e cautela istituzionale. All’estero questa non appare come realpolitik: appare come dipendenza. E la dipendenza, in politica estera, non suscita rispetto. Suscita al massimo tolleranza, talvolta compatimento.

Il contrasto con Leone XIV, perciò, è devastante. Il Papa non ha nominato Trump, ma il bersaglio politico e morale è apparso evidente quando ha denunciato “una manciata di tiranni” che sfruttano, saccheggiano e spendono risorse per le guerre invece che per i popoli. Lo ha fatto dopo gli insulti ricevuti dalla Casa Bianca e senza attenuare il giudizio, anzi irrigidendolo. In quel passaggio il Papa ha parlato da autorità morale, non da capo di fazione: per questo la sua voce è risultata più forte di quella di molti governi.

Quando il Papa parla così, e Palazzo Chigi resta su un registro silente, l’Italia non è più il paese che media, che argomenta, che prova a tenere insieme fedeltà atlantica e dignità nazionale, ma il paese che calibra ogni sillaba sulla suscettibilità dell’alleato americano. E siccome Trump non rispetta la cautela, bensì la forza, ogni esitazione viene letta come debolezza. Le sue stesse parole contro Leone XIV lo mostrano: ha liquidato il Papa come “debole” in politica estera e ha insistito sulla propria linea contro l’Iran, alzando lo scontro invece di ricomporlo.

Un governo sovranista che si pretende fiero e verticale non può sembrare feroce con i vicini e sommesso con il potente di turno. Perché in quel caso il sovranismo cambia nome: non è più orgoglio nazionale, ma subordinazione selettiva.

E infatti il paradosso è tutto qui: mentre Leone XIV, senza eserciti e senza mercati, trova le parole per accusare il tiranno, la destra italiana, che dell’autorità ha fatto un culto, davanti al tiranno più tumultuoso del nostro tempo sceglie ancora la cautela dell’amico, la reticenza dell’alleato, il ritegno del cliente.

Non è prudenza. È una forma di servitù elegante.

 

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Tags: casa biancaleone XIVmelonipalazzo chigireticenzasilenziosovranismotirannitrump

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